Smart Working: lavoro agile nella Legge di Stabilità 2016

Andrea Solimene

Andrea Solimene

Prima di leggere questo articolo alcune premesse. Lo Smart Working non significa lavorare da casa. Lo Smart Working non è telelavoro. Lo Smart Working non è il mio nuovo ufficio con le pareti colorate e le scrivanie dal design moderno. Lo Smart Working non è il mio smartphone o il mio blackberry. Lo Smart Working non è una moda che interessa le organizzazioni del momento. Bene, ora possiamo continuare.

 

Quando si parla di lavoro organizzato in maniera intelligente e agile, Smart Working appunto, ci si riferisce al concentrarsi sugli obiettivi e non più sul tempo che si trascorre in ufficio, alla riduzione dei livelli gerarchici e alla responsabilizzazione dei dipendenti, alla possibilità di collaborare anche da ambienti esterni all’azienda, dove è necessario, utile o più semplicemente piacevole stare, invece di dover occupare la propria scrivania in un ufficio. Lo Smart Working è un approccio che ribalta le logiche tradizionali del rapporto lavorativo tra manager e dipendente. In sintesi: maggior fiducia, minor controllo.

 

Quasi una grande azienda su due (48%) sta adottando in maniera strutturata o informale nuove prassi e tecnologie per rendere l’organizzazione più smart. Questo è uno dei dati principali che emerge dal report Smart Working: Scopriamo le carte!presentato lo scorso 20 ottobre dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano sull’evoluzione dello Smart Working in Italia. Un dato incoraggiante che, nonostante mostri la crescita di un fenomeno sempre più diffuso sul territorio nazionale, non fornisce un quadro completo sullo scenario in corso. Solo il 17% (+9% rispetto al 2014) delle grandi aziende intervistate ha già avviato dei progetti organici (policy organizzative, tecnologie collaborative, layout uffici e pratiche di flexible work). Le PMI invece latitano ancora. Di chi è la colpa? E’ impossibile puntare il dito contro qualcuno. Di sicuro il management delle PMI non poco reattivo a captare le innovazioni (sia di processo sia di prodotto) e poco propenso a trasformare la propria organizzazione ai continui cambiamenti del mercato.

 

Un piccolo segnale di cambiamento ci vien dato dal DDL collegato alla Legge di Stabilità 2016 che inquadra e regolamenta lo “Smart Working” o lavoro agile come definito dal Legislatore: nove articoli che forniscono linee guida sul lavoro fuori dall’ufficio, norme su retribuzioni, orari, privacy e modalità di controllo. Finalmente si mette mano ai criteri di misurazione e valutazione della produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione nonché le modalità attuative di nuove disposizioni, compresi gli strumenti e le modalità di partecipazione all’organizzazione del lavoro, favorendo la conciliazione dei tempi vita-lavoro. Il DDL delinea nuove tutele e linee guida per il lavoro autonomo non imprenditoriale e mira a favorire la flessibilità di luoghi e tempistiche di lavoro, sfruttando le tecnologie disponibili (pc, smartphone, tablet).

 

E mentre il Governo si impegna a regolamentare il lavoro agile (ad oggi esiste soltanto la normativa, inadatta, in materia di telelavoro), le aziende richiedono incentivi e agevolazioni fiscali per garantire l’implementazione dello Smart Working in azienda, piuttosto che a comprendere i veri benefici e caratteristiche del fenomeno. Molti si domandano se l’Italia è veramente pronta allo Smart Working. Molte realtà lo stanno già sperimentando. Altre iniziano a raccogliere i primi risultati. L’età del lavoro agile è arrivata! Lo dice anche un ebook scritto per promuovere lo Smart Working ed educare il manager del futuro…

 

Andrea Solimene