Give a man a home

Paola Fontana

Paola Fontana

La luna e i falò di Cesare Pavese e’ uno di quei libri che si leggono per obbligo scolastico, con la scarsa attenzione che si riserva a ciò che non si sceglie ma è imposto; ed è invece un libro che meriterebbe ben più di una scorsa superficiale.

 

Forse è perché la vita di Anguilla, il protagonista, ci sembra lontana da noi, figlia di un mondo contadino ormai scomparso; o forse perché narra di un periodo della nostra storia che vogliamo dimenticare, quello della guerra civile che ha diviso l’Italia tra partigiani e fascisti; fatto sta che questo testo è spesso liquidato come uno dei tanti romanzi del periodo post-bellico. Eppure è un libro memorabile, che tocca con semplicità e schiettezza argomenti che vanno oltre la mera descrizione di un momento.

 

Per chi non lo conoscesse, La luna e i falò e’ la storia di un ritorno: Anguilla, tornato a casa dopo essere emigrato anni prima in America per sfuggire ai fascisti, ricorda la sua vita, il suo passato e quello delle persone che conosceva ed amava, che oggi sono quasi tutte scomparse. L’immutabilità dei luoghi stride con la completa trasformazione della vita della comunità, concentrata nei brevi ed intensi anni della guerra. Non ci sono giudizi, di nessun tipo; ciascuno ha fatto ciò che doveva o poteva per sopravvivere, non sempre riuscendoci.

 

Quello che ne risulta e’ una riflessione intima sul destino, con un tema che emerge sopra gli altri: l’appartenenza. Anguilla viaggia più lontano di chiunque conosca, per capire infine che “quelle stelle non erano le mie”, che “un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

 

Nel mondo globalizzato in cui viviamo, il tema dell’appartenenza ad un luogo sembra ormai superato dal nostro voler essere cittadini del mondo; ma è un tema che torna prepotentemente alla ribalta quando la possibilità di stare dove sentiamo che le stelle sono le nostre ci viene negata. Penso ai migranti che in questi giorni transitano sul nostro territorio, costretti ad abbandonare il loro paese e ad avventurarsi in posti in cui non sono voluti e dai quali sono respinti da parte di chi a quei posti appartiene. Una lotta tra diverse appartenenze.

 

Non intendo addentrarmi nei motivi e nelle ragioni politiche, etiche, individuali delle parti, solo sollecitare una riflessione intima, come quella suggerita da Pavese; e per farlo prendo in prestito le parole di una canzone, perché non c’è via più diretta al cuore dell’arte:

 

 

“Give A Man A Home”

Have you ever lost your way
have you ever feared another day
have you ever misplaced your mind
watching this world leave you behind

won’t you
won’t you give
won’t you give a man
give a man a home

have you ever worn thin
have you ever never known where to begin
have you ever lost your belief
watching your faith turn to grief

won’t you
won’t you give
won’t you give a man
give a man a home

in a world that is unwhole
you have got to fight to keep your soul
some would rather give than receive
some would rather give up before they believe

won’t you
won’t you give
won’t you give a man
give a man a home