Il valore della compassione

Paola Fontana

Paola Fontana

Può un racconto di quattro pagine valere un intero libro? Se il racconto è La casa di Asterione, contenuto in L’Aleph di Jorge Luis Borges, la risposta non può essere che si.

Il racconto è narrato quasi tutto in prima persona: Asterione parla di sé stesso, racconta la sua verità in risposta ai suoi calunniatori; nel farlo mente, mostra una realtà distorta per non rivelarci la sua disperata solitudine, che però traspare sempre più mentre il racconto si dipana, e che ci fa soffrire con lui, ci fa provare compassione. Fino all’epilogo, in cui scopriamo che Asterione è un mostro. 

Questa scoperta ci lascia spaesati, e mette in dubbio le nostre certezze, la nostra capacità di giudizio: abbiamo provato compassione per un mostro. Questa vicinanza emotiva che abbiamo sentito ci solleva degli interrogativi sul nostro giudizio, ci fa dubitare che si tratti in realtà di un pregiudizio frutto dell’aver sempre e solo sentito una versione della storia.

 

I pregiudizi esistono, tutti li abbiamo, e conosciamo bene il ruolo importante che hanno avuto nella nostra storia evolutiva, quando saper giudicare all’istante era fondamentale per capire se chi avevamo davanti era nemico od amico, e quindi se fuggire o restare; in situazioni non di immediato pericolo, come quelle che viviamo quotidianamente, non hanno più molto senso, e dovrebbero lasciare invece posto alla compassione.

Compassione intesa nel senso originario di soffrire con, il “sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui provandone pena e desiderando alleviarla”; il sentimento alla base della nascita delle comunità umane, in cui ci si unisce in quanto simili, per far fronte comune a difficoltà comuni.

 

Un sentimento che è sempre più fuori moda.

 

Inondati da infinite informazioni, provenienti dai media e dai social media, abbiamo riscoperto l’urgenza di decidere immediatamente, quasi come fossimo di nuovo sotto attacco ed in pericolo di vita; leggiamo due righe – o solo il titolo – di un articolo, e ci perdiamo in commenti basati sul pregiudizio, sul luogo comune più becero e su di un’indifferente ignoranza. Appioppiamo epiteti e gridiamo al mostro senza conoscere e senza riflettere, senza pensare che chi additiamo è una persona. 

In tv, sui social network e sui giornali, ma non solo, è aperta la caccia all’errore altrui, piccolo o grande che sia, da mostrare al pubblico ludibrio e giudicare senza appello; ci piace sguazzare nel torbido o presunto tale, senza riflettere sulle conseguenze per le persone oggetto delle nostre indesiderate attenzioni. Persone che hanno una vita, una storia, una famiglia, che non sono solo l’errore che hanno commesso ma che, senza compassione, costringiamo ad interpretare sempre e solo lo stesso ruolo.

 

Non dev’essere facile vivere con appellativi infamanti attaccati addosso per tutta la vita, fino a perdere il nostro nome, come Asterione. Ecco allora come un breve racconto ci può far cambiare prospettiva, e ci può far recuperare il valore della compassione.

Paola Fontana