E-leadership per l’innovazione

Stefano Magliole

Stefano Magliole

A parlare di e-leadership è un progetto europeo che risale all’autunno del 2007. All’epoca, in uno dei tanti documenti scritti come linee guida, si parlava di competitività, crescita e lavoro; si parlava di previsioni, di tendenze, di scenari. Non se ne fece niente fino al 2011 quando l’Unione Europea commissionò uno studio intitolato “E-skills for Competitiveness and Innovation: Vision, Roadmap and Foresight Scenarios”: nel Marzo del 2013 viene pubblicato il risultato dello studio ed un capitolo è dedicato al concetto di e-leadership, definito così:

“E-leadership is the accomplishment of a goal that relies on ICT through the direction of human resources and uses of ICT.”

Per completare l’idea, la definizione continua dicendo che l’e-leader possiede delle competenze a forma di T: da una parte una competenza verticale di natura tecnica estremamente approfondita; dall’altra una competenza orizzontale o trasversale nella gestione delle organizzazioni: competenze di leadership e gestione.

L’e-leader, in altre parole, è una figura in grado di spingere un’impresa verso l’innovazione grazie alla commistione di conoscenze tecniche e capacità manageriali; una figura estremamente utile che va a posizionarsi in una delle tante aree grigie che le organizzazioni ben conoscono. L’e-leader è un po’ leader, un po’ imprenditore (e imprenditorie digitale), un po’ manager:

  • del leader ha la capacità di raggiungere il risultato grazie alla guida delle persone;

  • dell’imprenditore ha la capacità di definire nuovi modelli organizzativi (e sa farlo, come imprenditore digitale, grazie a strumenti e risorse tecnologiche);

  • del manager ha la capacità di organizzazione e gestione.

Sempre ad inizio 2013, il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso lanciò la Grande Coalizione per i Lavori Digitali (Grand Coalition for Digital Jobs). Il progetto prevedeva una partership tra aziende, istituti formativi, attori del settore pubblico e privato per attrarre giovani disoccupati al mondo delle competenze ICT.

L’Italia, tra le altre cose, accoglie l’iniziativa strutturando la “Coalizione Nazionale per le Competenze Digitali” che, coinvolgendo le pubbliche amministrazioni, il mondo delle imprese, della scuola, della ricerca e delle università, si pone l’obiettivo di migliorare le competenze digitali. In quest’ottica vale la pena soffrmarsi sui tre livelli di competenza identificati in questo framework:

  • le competenze di base intese come la lotta all’analfabetismo digitale, l’utilizzo degli strumenti digitali per favorire l’inclusione ed il coinvolgimento (e-inclusion) e la capacità critica nei confronti delle fonti informative, dei documenti e delle informazioni (information literacy);

  • le competenze di e-leadership cioè la formazione di quelle figure di vertice (un manager in una grande organizzazione, un dirigente in una pubblica amministrazione, l’imprenditore o una figura a lui vicina in una piccola o media impresa) che – come visto fino ad ora – sappia traghettare l’organizzazione verso soluzioni innovative e tecnologicamente avanzate;

  • le competenze specifiche che entrano maggiormente nel mondo ICT e che non vengono ancora ben definite dalla Coalizione se non per gli obiettivi; l’ultimo aggiornamento da questo punto di vista risale al Gennaio del 2014 quando associazioni datoriali, sindacati, il forum dei Chief Information Officers e dei rappresentanti di banche, PMI e Confcommercio si sono incontrati per mappare la domanda e l’offerta del settore.

L’ultima tappa, al momento, di questo percorso risale al marzo 2015 quando viene pubblicata la versione definitiva della Strategia per Coalizione Nazionale per le Competenze Digitali.

L’impressione che resta della figura dell’e-leader è quella di una figura di passaggio. Un ruolo fortemente necessario in questo momento di transizione dei modelli di business e di innovazione tecnologica. Una figura che sia in grado, in altre parole, di preparare le organizzazioni per quel momento in cui le nuove generazioni, abituate all’utilizzo della tecnologia sin dai primi anni di vita, integreranno queste capacità con le competenze manageriali acquisite nei percorsi accademici.

L’Europa parla di 680mila figure da formare. Ma probabilmente la nuova era arriverà prima di averne formato anche solo la metà.

Stefano Magliole