Apologia del creativo comune

Paola Fontana

Paola Fontana

Essere geniali continua ad essere di moda, come mostrano i film candidati agli ultimi Oscar: sia La teoria del tutto che The Imitation Game raccontano di persone che, con buona ragione, possono essere definiti geni; lo stesso vincitore, Birdman, ha sullo sfondo la volontà del protagonista di lasciare il segno, di fare la differenza. E non è solo il cinema a veicolare l’iconografia del genio; questa concezione di stampo umanista è ogni giorno più presente.

 

Le nuove tecnologie legate al web 2.0 ed al digitale hanno di fatto imposto la centralità dell’uomo, invertito le logiche comunicative e dato nuovo potere al singolo, tanto che si può affermare che ai giorni nostri viviamo una sorta di neoumanesimo; abbiamo libero accesso ad informazioni, strumenti e mezzi per migliorare noi stessi e farci valere: il nostro successo dipende solo da noi. In questo clima culturale, essere genio diventa un obiettivo da perseguire.

Questa concezione, che da un lato è certamente stimolante e motivante, porta con sé anche degli aspetti negativi; da un lato, essere riconosciuti come geni è stressante, e lo stress non facilita certo il processo creativo: quanti artisti, musicisti e scrittori vediamo salire alla ribalta, additati come geni, ed in breve tempo scomparire? E, d’altro canto..beh, non siamo certo tutti geni, e porre la stanghetta troppo in alto ci può far facilmente desistere dal tentativo di raggiungere il nostro obiettivo.

Bisogna forse allora iniziare a vedere le cose in modo diverso, e spostare l’attenzione dall’essere genio all’avere genio, recuperando la più antica concezione greca del daimon; la genialità allora non è più qualcosa di connaturato al nostro essere, ma qualcosa che ci può essere dato, un’ispirazione che può cogliere chiunque sia pronto e abbastanza ricettivo, in qualsiasi momento. Ciò riduce da un lato lo stress di essere considerati geni, limitando le aspettative soggettive, e dall’altro apre la strada ad una diversa concezione di creatività. 

Se l’iconografia del genio è di forte richiamo e facilmente rappresentabile, la creatività, nella pratica, funziona per la maggior parte in modo diverso; nella realtà la creatività è un processo collettivo, frutto di intuizioni e stimoli provenienti da persone ed esperienze diverse che, nel confronto e talvolta nel conflitto, sfociano in idee nuove ed innovazione.

Steve Jobs era un genio? Forse sì, è sicuramente molta parte del successo di Apple dipende da lui, compresa la sua volontà di circondarsi di persone creative e di talento che, messe nelle giuste condizioni, hanno mantenuto alto il focus sull’innovazione e generato il valore che tutti riconosciamo nella società.

 Passare dall’essere genio all’avere genio non vuol però dire che dobbiamo sederci in riva al fiume ad aspettare l’illuminazione; la creatività va allenata, le idee arrivano a chi è curioso ed aperto, a chi fa e si fa domande: il potere del fulmine più potente va disperso senza il parafulmine pronto a raccoglierlo.

Forse, se il fulmine non è ancora arrivato, è solo perché non ci mettiamo nella condizione di generare la giusta tempesta.

Paola Fontana