Smart cities e cultura. Una proposta in 5 punti

Stefano Magliole

Stefano Magliole

Parlare di Smart Cities sembra spesso voler essere un inno alla tecnologia ed alle startup, agli open data e alle informazioni messe a disposizione del cittadino da parte degli enti pubblici.

Leggendo i tantissimi report che vengono pubblicati sulle smart cities ci si rende conto di come i parametri cambino a seconda di chi commissiona o esegue la ricerca. Nell’ultima settimana me ne sono capitati tre molto differenti, sia per parametri che per risultati: Progetto Smart Cities del 2007, Smart City Index del 2014 e Sustainable Cities Index sempre del 2014.

 

In ognuno di questi report ho notato qualcosa: la cultura sembra impattare poco sugli indici complessivi; solitamente si perde all’interno di altri macrofattori giocando ruoli poco significativi nella valutazione complessiva. E invece la cultura, nel senso più ampio del termine, è proprio ciò che rende una città smart, intelligente.

L’esempio più interessante in questo senso è rappresentato dal BES, il progetto portato avanti dall’ISTAT che fa del “Paesaggio e patrimonio culturale” una voce a sé . Il BES porta con sé molti parametri importanti come la dotazione di risorse del patrimonio culturale o la spesa pubblica destinata al patrimonio culturale. Ma poi, forse per eccessiva rigidità dovuta ai dati ISTAT, non integra questi parametri all’interno del contesto più dinamico dell’imprenditoria.

Cultura e business sono spesso scissi, come se non esistesse un business della cultura o un approccio culturale al business. Come separare passato e futuro.

 

Ho voluto provare a trovare degli elementi di valutazione dell’impatto culturale in una città e ho evidenziato 5 potenziali indici.

1 Turismo. Il turismo ha valore economico, è vero. Ma è anche incontro di culture e sguardi sul mondo. Essere una meta turistica vuol dire avere qualcosa che altre città non hanno: arte, paesaggi, specialità, eventi. Per misurarlo si potrebbe pensare al numero di turisti per notte in relazione alla popolazione del luogo.

 2 Tecnologia. La tecnologia e la cultura non sono due mondi paralleli. Possono e devono parlarsi. Le app dei musei sono ad esempio un punto di incontro tra i due mondi, anche se poco funzionale (quanto senso ha scaricare un’app per una visita di due ore e poi rimuoverla?). Proverei a misurare questo indice attraverso gli investimenti in tecnologia da parte di enti culturali (musei, biblioteche, teatri, cinema, ecc) sia privati che pubblici.

3 Istruzione. Senza istruzione niente cultura; senza cultura niente smart city! L’istruzione è la vera sfida da vincere per garantire un futuro prosperoso. E invece abbiamo scuole arretrate, insegnati arretrati, materie e metodi arretrati. Secondo l’Eurobarometro solo il 34% degli italiani parla fluentemente inglese (secondo i miei calcoli molti di meno) contro il 90% degli olandesi. Quanti sono gli studenti in relazione alla popolazione locale? Quanti i laureati? Quanti i diplomati?

4 Infrastrutture. Identificare gli spazi culturali è il primo passo per ogni città che voglia definirsi smart; scuole, teatri, cinema, biblioteche, musei, luoghi d’arte sono veicoli di idee e cultura; sono gli spazi fisici che dimostrano quanto una città creda nella cultura. Quanti ce ne sono? Quanti eventi organizzano? Quanto vengono frequentati?

5 Economia. Anche qui, economia e cultura sono imprescindibili. Devono generarsi a vicenda, devono nascere l’una dalle braccia dell’altra. Non si tratta esclusivamente di finanziamenti pubblici ma anche del fatturato generato dalla cultura. Perché un tale risultato non viene monitorato? Sulla scia del BES, potremmo sì definire questo parametro quantificando gli investimenti pubblici che vengono erogati in tutela del patrimonio artistico e in produzione di nuovi eventi ma dovremmo anche comprendere i relativi fatturati.

 

E’ la cultura che rende una città vivibile, flessibile, pronta alle esigenze del cittadino. E’ la cultura che rende un cittadino rispettoso del bene pubblico e degli altri individui; è la cultura che permette di progredire in ogni settore, anche nei mercati e nella finanza. E’ la cultura, ancora, che rende una città architettonicamente e infrastrutturalmente piacevole ed efficace; è la cultura, infine, che permette un utilizzo delle risorse – tutte le risorse – parsimonioso… e volendo si può andare avanti per un po’.

La cultura è il bene fondante di una civiltà. Dovremmo smettere di trattarla come un costo e iniziare a concepirla come l’incipit di tutto. La cultura genera pensiero, genera competenze, genera idee. I tre ingredienti per guardare al futuro e non solo al passato.