La realtà dell’interpretazione

Paola Fontana

Paola Fontana

“Il linguaggio è un traditore, un agente segreto doppiogiochista che scivola inavvertito tra un confine e l’altro nel cuore della notte.”
JONATHAN COE

Se pensiamo al rapporto tra realtà e linguaggio, quello che vediamo nelle nostre menti è un rapporto ad un senso: il linguaggio é il nostro modo di metterci in relazione con il mondo, con la realtà fuori da noi; pur consapevoli dello scarto che esiste tra realtà e percezione, quando passiamo al livello del linguaggio siamo convinti che questo sia in grado di descrivere perfettamente la realtà, o quantomeno la nostra percezione di essa.

 

Questa tesi é immediata ed intuitiva, tanto da essere oggetto di studio da parte di molti filosofi; la possibilità che il linguaggio, o meglio, la nostra interpretazione del linguaggio, abbia una parte importante nella creazione della nostra realtà, non ci sfiora neppure.

Leggendo “La casa del sonno” di Jonathan Coe, questa ipotesi appare invece trasparente di fronte ai nostri occhi. 

“La casa del sonno”, pubblicato nel 1997, è un piccolo libro di poco più di un centinaio di pagine, dalla lettura leggera, scorrevole e, a tratti, divertente.

La storia ruota attorno ad un luogo, Ashdown, dormitorio per universitari negli anni ’80, casa di cura dei disturbi del sonno a fine anni ’90. Il libro narra la storia di alcuni studenti che hanno vissuto qui, intrecciandola con la loro vita attuale; intrecciandola nel vero senso della parola, poiché i capitoli dispari sono ambientati negli ’80, mentre i pari nel 1996, legati gli uni agli altri da particolari espedienti stilistici.

 

Il sonno è sicuramente uno dei temi principali del libro, ma lo é altrettanto il linguaggio; é interessante vedere come il destino di ciascun personaggio sia strettamente legato al suo modo di interpretare il linguaggio.

 

Abbiamo Sarah, narcolettica: negli anni ’80, ancora ignara della sua malattia, crea realtà alternative partendo da parti di conversazioni avvenute e totalmente travisate, ed agisce di conseguenza; c’è Terry, che predilige il linguaggio onirico, prima quello individuale del sogno e poi quello collettivo del cinema, e vive la sua vita nella ricerca di una bellezza perduta; c’é Veronica, che fa sua una parola e la vive per tutta la sua vita; c’è Robert, che, nella sua fragilità, non comprende le sfumature del contesto e delle intenzioni, ed interpreta quello che gli altri dicono in modo totalmente letterale, arrivando a cambiare totalmente sé stesso e costruendo la sua vita su una singola frase; c’è, infine, Gregory, che nella sua smania di ambizione e potere non riesce a leggere cosa lo circonda.

Ciascuno dei personaggi ha una diversa modalità di interpretazione del linguaggio, fino alla patologia della narcolessia; le diverse interpretazioni sono reali tanto quanto lo é il linguaggio, e creano a loro volta la realtà attraverso le azioni dei personaggi. E’ questo continuo passaggio tra linguagggio-interpretazione-azione che crea la vita dei personaggi nel libro, e la nostra nel mondo reale.

 

Il linguaggio é un traditore, un agente segreto doppiogiochista; ci illude della sua oggettività, ci fa confidare in lui, mentre ci tradisce nascondendoci il nostro ruolo nella creazione della nostra vita.