Microchip sottopelle: la tecnologia a portata di mano

Massimo Ramaglia

Massimo Ramaglia

1984. Un cyborg proveniente dal 2029 fa il suo arrivo a Los Angeles attraverso un viaggio temporale, con lo scopo di uccidere una certa Sarah Connor. Il cyborg, dotato di sembianze umane con tessuto esterno organico, non conoscendo l’identità della vittima designata, inizia a uccidere sistematicamente le omonime nell’ordine in cui appaiono sull’elenco telefonico.

Impossibile non riconoscere la trama del film “Terminator”, capolavoro cinematografico del 1984 che ha saputo rappresentare, per quanto permesso dagli effetti speciali di quei tempi, un mondo futuristico dominato dai cyborg, ovvero da robot umanoidi provvisti di apporti biologici.

E se invece fossero gli uomini ad avere componenti tecnologiche al loro interno?

Dangerous Things, azienda di gadget da hacker dal nome evidentemente appropriato, ha ideato il primo microchip umano DIY abilitato alla comunicazione a corto raggio. Si tratta di un piccolo dispositivo che si impianta sottopelle, fornendo così una “mano bionica” riconoscibile al computer. Una volta installato, il chip in questione permette di collegarsi allo smartphone, pagare la spesa, aprire la porta e avviare l’auto, rendendo superflui gli oggetti ingombranti o elettronici, sia tascabili che indossabili. Sebbene possa apparire fantascienza, il chip è già acquistabile online per 99 dollari.

A Stoccolma (Svezia), un’azienda ha deciso di sperimentare questa nuova tecnologia, proponendo ai suoi 700 dipendenti di installare il microchip sottopelle, con lo scopo di sostituirli ai tradizionali badge. Una volta arrivati in ufficio basterà sfiorare la mano vicino ai lettori e le porte si spalancheranno. Sarà inoltre possibile azionare la fotocopiatrice, l’ascensore o pagare il caffè al bar. Ovviamente non tutti i dipendenti sono favorevoli all’iniziativa. Alcuni sostengono che questi strumenti, leggibili a distanza con la tecnica delle radiofrequenza, sono soggetto di una serie di angosce riguardanti la privacy e la sorveglianza onnipresente.

Quest’idea non è però totalmente innovativa. Nel 2002, la VeriChip Corporation ricevette l’approvazione preliminare per commercializzare negli Stati Uniti il proprio dispositivo per impianto umano. Nel 2007 è stato rivelato come chip quasi identici avessero causato il cancro in centinaia di cavie da laboratorio, una notizia che ha avuto un impatto devastante sul valore delle azioni della società produttrice. Nel 2010, tra maggio e luglio, la Verichip ha interrotto la commercializzazione del microchip impiantabile.

Prima che la commercializzazione di VeriChip cessasse, però, la società produttrice aveva proposto di utilizzare gli impianti per poter ricavare informazioni sui dati sanitari della persona in caso di situazioni di emergenza. Il sistema proposto prevedeva che su ogni impianto VeriChip dovesse essere registrato un identificativo a 16 cifre che, in caso di necessità, poteva essere letto dal passaggio di uno scanner a pochi centimetri dall’impianto. Il numero identificativo avrebbe permesso a ospedali, o ad operatori di medicina d’urgenza, di accedere in maniera sicura a un database sul sito della VeriChip Corporation per ricavarne le informazioni mediche conservate.