PEC e Pin Unico: domicilio e identità digitale.

Andrea Solimene

Andrea Solimene

Lo sapevate che ogni cittadino italiano, oltre all’indirizzo di domicilio classico può avere anche un domicilio digitale? Questo non significa che abitiamo in due mondi, uno reale e uno virtuale. O quasi. Il domicilio digitale è rappresentato dalla PEC: la Posta Elettronica Certificata, un servizio gratuito che consente ai cittadini di dialogare con le Pubbliche Amministrazioni dotate di PEC presenti nell’Indirizzario PA del portale del governo. Ma qual è il rapporto degli italiani con questa tecnologia, introdotta nel “lontano” 2010?

Qualche dettaglio prima. La PEC è un servizio di comunicazione elettronica tra il cittadino (di età superiore a 18 anni) e la Pubblica Amministrazione, utilizzato per dialogare in maniera sicura e certificata da casa o con qualsiasi dispositivo in grado di collegarsi al web. Consente di richiedere e inviare informazioni, istanze, documenti e comunicazioni alla PA senza doversi recare fisicamente presso gli uffici di competenza. Ha lo stesso valore legale di una raccomandata con avviso di ricevimento tradizionale. Per poter utilizzare la PEC si deve disporre di un’apposita casella di PEC fornita dal Governo Italiano. E’ gratuita e il costo di ogni comunicazione è inferiore rispetto a quello della raccomandata tradizionale. Fin qui tutto chiaro. Semplice e conveniente. Si consulti il portale web dedicato per maggiori informazioni.

Svantaggi? I principali: la casella PEC ha spazi limitati e la comunicazione tra due soggetti ha valore legale solo se avviene tra caselle PEC: se il messaggio viene inviato da una PEC ad una casella email standard non c’è la certezza dell’avvenuta consegna/notifica.

Ma quanta gente effettivamente conosce questo servizio? E soprattutto lo utilizza? Se si considera il fatto che Poste Italiane, gestore dei servizi di posta certificata, non pubblica il proprio indirizzo PEC per poter utilizzare il canale elettronico ai fini di un reclamo, la risposta è pressoché immediata. Si pensi, inoltre, al caso del Comune di Roma che, causa esaurimento dello spazio disponibile dell’unica casella di posta certificata, non poteva più ricevere né inviare comunicazioni… paradossi made in Italy.

Sicuramente la diffusione di un’innovazione deve far i conti con barriere culturali e strumentali. Garantire capillarità alla PEC è impresa ardua che il Governo sta portando avanti. I primi timidi successi risalgono allo scorso luglio 2013, quando l’obbligo di avere una PEC è stato esteso a tutte le imprese (anche quelle individuali): l’indirizzo deve esser pubblicato e reso disponibile attraverso la banca dati del Registro delle Imprese.

Tra gli impegni del Governo c’è il programma SPID (Sistema Pubblico di identità digitale), voluto fortemente dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia. Il programma prevede l’introduzione di un PIN unico digitale da attribuire a ogni cittadino italiano per l’accesso online ai servizi della PA (INPS, Agenzia delle Entrate, Comuni, Scuole, ASL, …). La tabella di marcia stilata dal Governo prevede il raggiungimento di 10 milioni di utenti collegati entro fine 2017. Obiettivo ambizioso. Restiamo fiduciosi.

L’introduzione del PIN unico, tuttavia, non sarà sufficiente per far decollare la digitalizzazione tra cittadino e PA. Si pensi alla quasi totalità delle istanze presentate alla PA che presuppongono una successiva risposta da consegnare al richiedente: mentre per inviare una richiesta alla PA si possono utilizzare vari canali (posta tradizionale, PEC, portali tematici), la PA, al momento attuale, può utilizzare solo il canale tradizionale (spedizione postale) poiché unico ad avere validità giuridica. E la PEC? Anche. Ma quanti tra i cittadini sono in possesso della PEC? Purtroppo è un cane che si morde la coda. Quindi… da dove cominciare? Forse occorre partire da un approccio prettamente culturale e consapevolizzare il singolo cittadino sulle opportunità offerte dalla digitalizzazione di procedure e pratiche. Una soluzione rapida e indolore non è concepibile. Il processo richiede tempo e, soprattutto, un’attenta revisione delle pratiche.

E se – in parallelo alle singole iniziative del Governo in materia di Agenda Digitale – si intervenisse a livello formativo sulle future generazioni (i cosiddetti nativi digitali) e su quelle attuali? Credo che uno degli insegnamenti fondamentali per comprendere il funzionamento della realtà che ci circonda sia l’Educazione Civica (almeno così si chiamava ai miei tempi). Un’ora di lezione al mese in una scuola concepita per essere una comunità educativa ritengo sia decisamente poco. Forse non conviene affidarsi alla buona volontà delle maestre e dei professori, ma piuttosto istituirla come insegnamento cardine per le scuole. Forse…