I social network nei paesi emergenti: opportunità e rischi

Andrea Solimene

Andrea Solimene

E’ alquanto complesso definire i confini e la grandezza dei luoghi sociali che ormai occupiamo quotidianamente. In termini assoluti Facebook è l’ambiente più popoloso, con più di 1,2 miliardi di utenti che ogni mese utilizzano la piattaforma. QZone, il social network cinese, coinvolge quasi 650 milioni di utenti. Google Plus, Twitter e Instagram seguono a ruota. Uno studio realizzato da We Are Social, “Global Digital Statistics 2014”, fornisce una fotografia della popolazione sull’utilizzo di Internet, social e mobile che sottolinea quanto il mondo online sia penetrato nella nostra vita di tutti i giorni. Il tasso di penetrazione dei social media all’interno dei Paesi sviluppati si attesta intorno al 40-50%. Cosa succede in quelli in via di sviluppo?

La penetrazione dei social network da parte degli internauti dei paesi emergenti è in continuo aumento. I risultati mostrano come in Paesi quali Russia, Brasile e Messico la penetrazione è superiore alla media internazionale. Un dato interessante considerando le difficoltà di accesso a internet e alle tecnologie 2.0 da parte della maggior parte della popolazione. Difatti, a differenza degli Stati Uniti o dei Paesi europei occidentali, molti paesi in via di sviluppo non hanno ancora le infrastrutture tecnologiche per garantire la copertura wireless territoriale.

Secondo alcune indiscrezioni lo stesso Mark Zuckenberg è stato spinto a investire seriamente per sfruttare questa tendenza di mercato sborsando circa 19 miliardi di dollari per l’acquisizione di Whatsapp, applicazione che sta spopolando nei Paesi emergenti.

Nel primo semestre 2014 Facebook aveva acquistato la piccola startup finlandese Pryte, nata nel 2013 con l’obiettivo di rivoluzionare il modo di comunicare nei Paesi emergenti. Pryte offre pacchetti dati da abbinare all’utilizzo di specifiche app per smartphone. Cioè? Attraverso il sistema sviluppato l’utente può evitare di comprare un costoso abbinamento mensile per i servizi wireless comprando un pacchetto dati per utilizzare solo Facebook, Twitter, Instagram, e qualsiasi altro canale di interesse. Un modo per abbattere il costo della connettività via mobile per gli utenti dei Paesi emergenti e – conseguentemente – consentire un accesso più facile ed immediato ai servizi wireless.

Lo scorso febbraio il COO di Facebook, Sheryl Sandberg, avrebbe chiesto – con esito negativo – a Vodafone di permettere ai residenti di molti Paesi emergenti di accedere gratuitamente al social network.

Google non resta indifferente. Di recente ha annunciato che renderà disponibile su app mobile offline la riproduzione di contenuti multimediali di YouTube per gli utenti indiani. Sarà dunque possibile salvare i video sullo storage dei dispositivi, in modo da risultare visibili anche se non in presenza di una connessione stabile e sufficientemente veloce. Un’interessante azione per coloro che non possono disporre di un abbonamento flat mobile.

Quali le conseguenze?

I big del web difendono questa politica con lo scopo unico di portare la rete e favorire la connessione a coloro che non possono usufruirne facilmente. In realtà è un modo per sfruttare le numerose opportunità di business collegate alla possibilità di intercettare nuove fette di mercato nei Paesi in via di sviluppo. L’intento di Facebook, Twitter, Google e gli altri è quello di rafforzare la leadership sfavorendo l’ingresso di nuovi concorrenti. In altri termini si cerca di apportare un beneficio sociale (collegamento e accesso a dati web per i nuovi mercati) facendo leva su esigenze prettamente opportunistiche. Quale soluzione adottare? Favorire i big player del web e indirizzare il mercato secondo le loro esigenze rischiando di attuare comportamenti monopolistici ma favorendo la diffusione dei social e di tutti i benefici che comportano (connessione, collegamento, socializzazione, ..), oppure non intervenire nel mercato e rallentare il percorso di digitalizzazione e avvicinamento ai social network da parte dei paesi emergenti?