Dare forma al cambiamento

Paola Fontana

Paola Fontana

La maggior parte delle persone, quando pensa alla formazione, pensa a un oggetto già pronto, standardizzato, immediatamente fruibile, e, preferibilmente, a prezzi accessibili. L’idea che la formazione debba essere uguale per tutti, come garanzia di pari opportunità, è stata spesso sbandierata, in contesti differenti, sarà perché il sistema di istruzione funziona in questo modo; fatto è che quando ci approcciamo alla formazione quello che ci aspettiamo è che risponda in modo semplice ad una nostra necessità, né più né meno di quando compriamo un paio di scarpe in un grande magazzino. Anzi, talvolta chiediamo più personalizzazione e flessibilità ad un paio di scarpe che ad un corso di formazione; d’altra parte, lo sanno tutti, i piedi sono importanti.

Questa visione utilitaristica della formazione porta con sé una serie di aspettative e richieste errate, che non tengono conto del soggetto della formazione e del contesto in cui la formazione deve operare. Un corso di inglese, per quanto possa essere standardizzato, non può prescindere da una valutazione delle competenze in entrata del partecipante, delle sue reali capacità e dalle sue specifiche modalità di apprendimento: se lo fa, sarà del tutto inutile, non in grado di portare alcun reale miglioramento.

Se ciò è vero per la formazione di base, questi aspetti acquistano sempre più rilevanza man mano che si passa ad una formazione che va ad operare sulle competenze trasversali, sui comportamenti, sulle organizzazioni: la formazione a catalogo, semplicemente, non funziona. La probabilità che uno stesso identico corso abbia lo stesso identico risultato se applicato a due persone differenti, è risibile; figuriamoci poi se applicato a due contesti organizzativi differenti.

E siamo ancora nella visione utilitaristica della formazione, stiamo ancora parlando di quella parte di formazione che serve per rimediare ad una carenza, colmare un gap, recuperare uno svantaggio; nell’immaginario collettivo è a questo che serve la formazione, in particolare la formazione degli adulti. Siamo già tutti passati per la fase iniziale, in cui eravamo una tabula rasa, un vaso vuoto da riempire con conoscenze e nozioni; ora che siamo adulti siamo già formati, e, al massimo, abbiamo bisogno di conoscenza specifiche, di settore, che non ci sono state trasmesse prima e di cui ci troviamo ad avere bisogno. L’idea che la formazione abbia a che fare con altro…non ci sfiora neppure.

E’ proprio questo altro che non ci sfiora che, invece, ad essere centrale in un percorso formativo.

Formare significa letteralmente dare forma; iniziando un percorso formativo dovremmo essere consapevoli che, quando ne usciremo, saremo diversi da prima, avremo una nuova forma: nuova forma che può passare dalle conoscenze, che ci faranno guardare al mondo in modo nuovo, nuove abilità, che ci permetteranno di fare cose nuove, o nuove competenze, con le quali assumeremo nuovi comportamenti.

E’ con questo che ha a che fare la formazione, con il cambiamento.

Tutto scorre, diceva Eraclito; pretendere di essere già formati, una volta per tutte, e di non avere la necessità di assumere forme diverse mentre il mondo cambia intorno a noi, è una visione miope. Tutto scorrerà e noi ci troveremo fermi, indietro, e, allora sì, avremo necessità di colmare il gap che noi stessi abbiamo creato.

La formazione non deve essere la pezza che mettiamo alla coperta già bucata delle nostre competenze, ma può e deve essere il tessuto con cui costruire il nostro futuro.