Fare rete per creare un futuro

Paola Fontana

Paola Fontana

Si è tenuta il 3 giugno 2014, la presentazione dell’attuazione di Garanzia giovani da parte di Regione Lombardia; il tema ha dato lo spunto ad una riflessione più ampia sul presente e futuro delle politiche del lavoro, sul nostro sistema di istruzione, sul rapporto Stato-Regioni, sul Patto di Stabilità.

La discussione ha preso l’avvio dalla presentazione del sistema di politiche attive oggi in vigore in Lombardia, Dote Unica Lavoro, sui suoi risultati e sulle analogie con quella che è e sarà Garanzia Giovani; il sistema lombardo, basato su principi di sussidiarietà, concorrenza, orientamento al risultato, personalizzazione dei servizi e indicazione di costi standard, ha fornito le basi del sistema di Garanzia giovani, e si sviluppa analogamente. Risulta interessante, in particolare, il presupposto della concorrenza tra pubblico e privato, dove ciascun operatore viene valutato in base all’effettivo risultato e non discriminato, in partenza, sulla base di presupposti ideologici di vario genere. In Dote Unica Lavoro sono stati già presi in carico 10.000 giovani che rientrano nel target di Garanzia Giovani, e, dati alla mano, il 66% di questi ha trovato lavoro; perché dunque non replicare ed integrare un sistema che già funziona?

La presentazione ha dato l’avvio ad una discussione sul nostro sistema di istruzione, tra proposte di integrazione più ampia dell’alternanza scuola-lavoro, nelle scuole ad indirizzo tecnico e nei contratti di apprendistato, fino ad arrivare ad un sistema duale come quello tedesco; il rilievo che, ad oggi, gli studenti in uscita dal sistema di istruzione non sono in possesso delle competenze necessarie all’inserimento nel mercato del lavoro (non tanto competenze tecniche, ma competenze di base quali l’inglese e l’informatica) e la necessità di una previsione, e di una regia, che indichino quali sono le professioni del futuro, in modo da indirizzare il sistema di istruzione a fornire le competenze indispensabili a svolgerle. Nel contesto lombardo, il settore manifatturiero (del middle tech) e quello dei servizi alla persona sono ampiamente diffusi, e se ne prevede una continua richiesta da parte del mercato, già oggi solo parzialmente soddisfatta.

Si è preso poi in analisi il sistema di politiche del lavoro attualmente in vigore, e la necessità di passare da politiche puramente passive a politiche attive, in modo da rimuovere gli ostacoli al raggiungimento dell’occupazione anziché, semplicemente, fornire ammortizzatori. Il passaggio è già in atto, e continuerà, nonostante i nervosismi che l’indispensabile riallocazione delle risorse genererà nelle persone che, fatalmente, perderanno privilegi oggi considerati diritti acquisiti (riduzione della cassa integrazione e degli ammortizzatori passivi, per intenderci). La “garanzia” in Garanzia giovani va intesa come garanzia di servizi offerti, per il supporto all’inserimento o al reinserimento professionale, non come garanzia di occupazione, come fa giustamente notare Walter Passerini; scopo di questa e delle altre politiche deve essere proprio quello di far attivare le persone, non di farle restare in attesa di una soluzione dall’alto; in un solo mese Garanzia giovani ha già avuto 70.000 adesioni, segno che, anche se forse solo in nuce, una qualche forma di attivazione c’è già stata.

La legge delega in materia di lavoro, di cui il ministro Poletti auspica l’approvazione entro fine anno, si muoverà in questo senso. E dovrà anche superare il braccio di ferro sempre presente tra Stato e Regioni, che fino ad oggi ha generato solo un continuo rimbalzo di responsabilità, senza portare a soluzioni reali. Quello che si auspica è un maggiore decentramento, in modo che le Regioni, che hanno una conoscenza più diretta del territorio, delle specificità regionali e delle richieste del mercato del lavoro locale, possano attuare tutte quelle politiche, in termini di istruzione e di lavoro, che ritengono più utili a combattere la disoccupazione, non solo giovanile.

Garanzia giovani è un primo esempio di questo decentramento, perché saranno le Regioni ad avere la responsabilità di realizzare il piano, pur controllate e monitorate da parte dello Stato affinché non ci siano situazioni di assenza o forte carenza nell’offerta dei servizi.

Si pone a questo punto il problema del Patto di Stabilità, che di fatto impedisce agli enti pubblici virtuosi, che siano scuole, università, comuni o Regioni, di investire i fondi disponibili in ricerca ed innovazione, indispensabili per restare competitivi a livello internazionale; il presidente Maroni si è fatto esplicitamente portavoce della richiesta che il patto di stabilità sia rivisto o, meglio ancora, “rottamato” dal governo Renzi.

Ciò che è emerso, da parte di tutti gli interlocutori, è la necessità che tutte le parti giochino un ruolo attivo di contrasto alla disoccupazione, giovanile ma non solo, mettendo in campo ciascuno le proprie competenze e specificità: scuole, università, associazioni datoriali e sindacali, operatori pubblici e privati, Regioni e Stato devono fare rete, sia nel senso di di “fare fronte comune” per superare le difficoltà, sia, per riprendere la metafora calcistica utilizzata ieri a più voci, nel senso di centrare l’obiettivo.

Perché, senza rete, non c’è futuro.