Una garanzia per i giovani

Paola Fontana

Paola Fontana

Il 1 maggio 2014, festa dei lavoratori, è partito ufficialmente in Italia il piano Garanzia Giovani, in una data certamente simbolica, ma allo stesso modo certamente in ritardo rispetto agli altri paesi europei; inoltre, lo sparo di inizio corsa è arrivato con Regioni ed operatori del settore non ancora pronti alla linea di partenza, ma intenti ad allacciarsi le scarpe, alcuni, mentre altri non sono ancora usciti dagli spogliatoi.

Si sarebbe potuto partire prima? No.

L’avvio di Garanzia Giovani non poteva esserci senza la normalizzazione nazionale delle schede anagrafiche e professionali dei cittadini (SAP), gestite finora dai centri per l’impiego e quindi dai sistemi informativi provinciali. Nella pratica, se ieri ero domiciliato a Lodi e iscritto al centro per l’impiego di Lodi, il CPI creava la mia scheda e la teneva nei suoi archivi; se poi mi trasferivo anche solo a Milano, il CPI di Milano non visualizzava i miei dati e generava una nuova scheda, chiedendo eventualmente a Lodi i dati delle mie precedenti esperienze lavorative maturate in quella provincia. Risultato: potenzialmente un gran numero di schede per ciascun cittadino e tempi di aggiornamento di almeno 6 mesi (quando andava bene).  Con la creazione di un archivio nazionale delle SAP, dopo un necessario lavoro di pulizia dei dati, c’è oggi una sola scheda per ciascun cittadino, identificata con un codice univoco, valida per tutta la vita lavorativa di ciascuno e accessibile a tutti i Centri per l’Impiego.

Poiché le politiche attive di Garanzia Giovani devono essere accessibili a tutti indipendentemente dalla Regione di appartenenza, e ciascun cittadino ha la possibilità di fruire dei servizi nella Regione che offre i servizi a lui più congeniali, era necessario che tutti potessero avere accesso ai dati di tutti; ci si poteva pensare prima, certamente, e certamente la cosa aveva senso indipendentemente da questo progetto, ma tant’è.

Si poteva aspettare che tutte le Regioni e gli operatori fossero pronti sulla linea di partenza?

Certamente no.

Se l’Italia ha ottenuto i fondi europei per Garanzia Giovani è perché la disoccupazione giovanile supera il 25%, ed è un fatto che non si può trascurare, perchè genera un problema di ricambio generazionale non indifferente. Se poi aggiungiamo che il dato è calcolato sugli iscritti ai CPI, e, non esistendo più il libretto del lavoro e non essendo l’iscrizione obbligatoria, sicuramente molti sfuggono al conteggio, è chiaro come la situazione non sia rosea. Se poi aggiungiamo anche che, in una Regione come la Lombardia, il numero dei NEET (Not in Education, Employment or Training) è cresciuto in un solo anno di quasi il 14%, vediamo bene come tempo da perdere non ce ne sia.

Consideriamo poi che molte Regioni, che hanno competenza in materia di istruzione, formazione e politiche del lavoro, sono in fortissimo ritardo per quanto concerne le politiche attive del lavoro. Se alcune, come la Regione Lombardia, hanno avviato un nuovo sistema di gestione delle politiche attive già dal 2007, in altre non esiste neppure un sistema di accreditamento per i servizi al lavoro: senza andar lontano, la delibera per l’accreditamento ai servizi al lavoro della Regione Lazio è datata 17 aprile 2014, il che significa che, finora, nulla era stato fatto. Garanzia Giovani, l’attenzione che l’Europa ha per questo progetto ed i fondi che porta con sé, sono un ottimo stimolo a mettersi, finalmente, in azione.

Per concludere, una nota su questo nome “Garanzia Giovani”, che, personalmente, trovo poco coerente con la strategia Europa 2020; la strategia parla di “flessicurezza”, della necessità di passare da una logica di ricerca dell’occupazione alla continua crescita delle proprie competenze in ottica di occupabilità, e poi parla di garantire a tutti un’occasione di lavoro. Non discuto la logica o il fine, è proprio il concetto di garanzia che non mi piace.

Il lavoro è un diritto ma è anche un dovere, è impegno, responsabilità e fatica, sia nel cercarlo che nel mantenerlo; darlo per garantito alimenta una logica di privilegio acquisito, di attesa che siano altri a farci lavorare senza che noi dobbiamo fare nulla. Se c’è un messaggio che, invece, deve passare, è che per trovare lavoro bisogna rimboccarsi le maniche, darsi da fare, lavorare su se stessi ed essere sempre aggiornati. Garantito.