Un Paese di analfabeti?

You can lead a horse to the water but you cannot make him drink,

you can put a man through school but you cannot make him think.

https://www.youtube.com/watch?v=k5yJybN2csg

 

Paola Fontana

Paola Fontana

Che non si possa obbligare qualcuno a ragionare, è indubbio; che il sistema di istruzione debba porsi come obiettivo quello di formare cittadini in grado di farlo, lo è altrettanto.

Il punto è: il sistema di istruzione italiano, ci sta riuscendo?

Da quanto dice l’analisi PIAAC sulle competenze di base, la risposta è no.

L’analisi PIAAC, pubblicata alcuni mesi fa, è stata guardata con sospetto e presto messa nel dimenticatoio; i dati non sono per niente positivi: la valutazione media delle competenze degli  adulti italiani è significativamente sotto la media europea, sia per quanto riguarda le competenze necessaire alla comprensione di un testo scritto (literacy), sia per quelle di calcolo (numeracy), mentre non è stato possibile testare le competenze tecnologiche. In una scala da 1 a 5, quasi la metà degli italiani raggiunge solo il livello 2.

Siamo un paese di analfabeti? Sembrerebbe di sì.

E’ vero che i dati raccolti mostrano un miglioramento, rispetto alle precedenti analisi, nel contenimento dell’analfabetismo in senso stretto, ossia dell’ incapacità a leggere, scrivere e far di conto, passato dal 14% al 5,55%. Questo dato può però essere imputato, nel confronto con analisi di metà anni ’90, all’esclusione dal campione, per superamento della fascia d’età, delle persone nate negli anni ’30 e ’40, anni un cui il livello di istruzione era sensibilmente più basso; ad avvalorare questa ipotesi c’è anche la riduzione del gap tra la fascia 16-24 anni e 55-64 anni.

E’ vero che i dati mostrano un leggero miglioramento rispetto al passato, una riduzione della differenza rispetto alla media Ocse, ma davvero possiamo dirci soddisfatti?

L’analfabetismo non è soltanto non saper leggere e far di conto, è, più ampiamente, la carenza di nozioni di base indispensabili in una società complessa. Non siamo stati in grado di fornire un campione sufficiente all’analisi delle nostre competenze tecnologiche: siamo analfabeti digitali.

Tuttavia, è ciò che non è esplicitamente detto ad essere più preoccupante: un livello 2 di competenza non garantisce la capacità di applicare le competenze acquisite alla complessità della società contemporanea. Siamo analfabeti funzionali.

Analfabeta funzionale è chi, pur avendo competenze di base, non sa utilizzarle ed applicarle alla realtà: è in grado di leggere e scrivere, naviga in internet ed è attivo sui social networks; probabilmente, però, non legge un libro od un quotidiano da anni, e se lo fa ha difficoltà a comprenderne il contenuto; ha difficoltà a comprendere un contratto, un legge e le sue implicazioni, a risalire la catena causale fino alla causa prima. Interpreta la realtà solo in relazione a se stesso ed alle sue necessità, senza comprenderne i risvolti più ampi.

Un esempio? gioirebbe per la soppressione dell’ICI, senza pensare che una riduzione dei proventi da questa tassa porterebbe inevitabilmente a riduzione di servizi, aumento dell’iva o introduzione di una nuova tassa analoga (o anche, peggiore). Applaudirebbe ad una politica fatta da cittadini privati, senza alcun particolare talento o competenza, se non quella di non essere un politico di professione (perché, si sa, i politici sono tutti ladri).

Vi sembra un quadro familiare?

L’unico modo di contrastare l’analfabetismo, di qualunque tipo, è l’istruzione e la formazione; la nostra scuola, oggi, non sta facendo un buon lavoro, troppo legata al nozionismo e poco propensa a insegnare a ragionare. Finché insegneremo che la causa della prima guerra mondiale è stata l’attentato di Sarajevo, non possiamo aspettarci molto di meglio di quello che ci troviamo oggi ad affrontare. Certo, cittadini addomesticabili con hamburger e reality shows (versione contemporanea di panem et circenses) sono certamente più semplici da gestire, ma la carenza di competenze di base va a ledere tutto il sistema produttivo e la capacità di crescita e di innovazione di tutto il paese, ponendoci a serio rischio di default.