L’Agenzia nazionale per l’Impiego di Renzi: l’ennesimo “buon” proposito?

Rossana Lonero

Rossana Lonero

Come noto, il piano del lavoro proposto dall’attuale Presidente del Consiglio, il c.d. Jobs Act, si compone di più misure con entrata in vigore in due tempi, che dovrebbero rappresentare la “svolta buona” per il mercato del lavoro italiano, come più volte annunciato da Matteo Renzi.

Il primo atto della riforma, già provvisoriamente entrato in vigore con la pubblicazione del Decreto Legge n. 34 del 21 marzo 2014 (che dovrebbe essere convertito entro il 20 maggio p.v.), contiene provvedimenti urgenti, in particolare, in materia di contratto a termine ed apprendistato, che stanno destando critiche e perplessità da parte degli addetti ai lavori con riferimento, in particolare, all’eliminazione della causale per il contratto a termine e dell’obbligo di stipulare per iscritto il patto formativo per quello di apprendistato, oltre che, soprattutto, con riguardo alla reale capacità che tali interventi possano avere di risollevare la situazione occupazionale del nostro Paese nel lungo periodo.

Le altre misure, invece, sono racchiuse in un disegno di legge, presentato in Senato lo scorso 3 aprile, che conferirà al Governo deleghe su cinque marco tematiche: ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro e politiche attive, semplificazione delle procedure assuntive e della gestione dei rapporti di lavoro, riordino delle tipologie contrattuali esistenti e conciliazione dei tempi di lavoro e delle esigenze genitoriali.

Se il minimo comun denominatore delle riforme “renziane” può essere individuato nell’esigenza di semplificazione, che emerge positivamente, ad esempio,  dall’intervento di smaterializzazione del DURC o  dall’obiettivo di procedere al riordino delle tipologie contrattuali esistenti -che dovrebbero essere racchiuse in un unico testo legislativo di più agevole comprensione e consultazione per gli operatori-, altre misure, invece, appaiono essere meno convincenti.

In particolare, tra i punti che dovranno essere toccati dal Governo, previa approvazione della legge delega, quello della riforma dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, finalizzata a «garantire la fruizione dei servizi essenziali in materia di politica attiva del lavoro su tutto il territorio nazionale, nonché ad assicurare l’esercizio unitario delle relative funzioni amministrative».

La principale novità della riforma dei servizi al lavoro dovrebbe consistere nell’istituzione di un’Agenzia Nazionale per l’Impiego, cui dovrebbe essere demandata la gestione integrata delle politiche attive e passive, nonché la loro riorganizzazione.

L’Agenzia, a quanto si apprende dal disegno di legge delega, dovrebbe essere partecipata da Stato, Regioni e Province autonome e vedere anche «il coinvolgimento delle parti sociali» nella definizione delle linee di indirizzo generali.

Il nuovo soggetto pubblico dovrebbe porsi quale polo unico di direzione a livello nazionale delle politiche del lavoro, anche mediante dei «meccanismi di raccordo» con l’INPS con riferimento alle politiche passive di sostegno al reddito e dovrebbero essergli attribuite, dunque, le competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e ASpI, sotto la regia del Ministero del Lavoro.

L’introduzione dell’Agenzia, tuttavia, pone talune perplessità. Anzitutto, in quanto il tentativo di creare un ente di coordinamento ed indirizzo dei Centri per l’impiego non pare una novità nelle recenti riforme legislative; si pensi, ad esempio, alla “Agenzia unica per le gestione delle politiche attive e passive” presente nel d.d.l. Fornero, mai venuta alla luce.

In secondo luogo, con riferimento all’idea di potenziamento dei Centri per l’impiego attraverso una nuova istituzione burocratica, che non pare essere il fulcro di un vero ripensamento del sistema dei servizi al lavoro sul versante pubblicistico, deficitario per molti aspetti (come evidenziato da G. Fava, Così il Jobs Act ingessa il lavoro, il Giornale, 20 marzo 2014).

L’aspetto che desta maggiori interrogativi, tuttavia, è la capacità di un ente “nuovo” di riuscire a svolgere i compiti affidatigli senza il conferimento di nuove risorse, ma semplicemente “riciclando” quelle già presenti: l’Agenzia, infatti, dovrà essere costituita “a costo zero”, mediante «l’utilizzo delle risorse umane e strumentali già disponibili a legislazione vigente». Pare quantomeno doveroso chiedersi se, a competenze e costi invariati, sia possibile ottenere dei risultati, o se, per un vero cambiamento di rotta, non sia indispensabile intervenire sulle competenze e sul capitale umano attualmente a disposizione delle pubbliche amministrazioni, ossia di coloro cui, nella pratica, è demandata l’erogazione delle politiche attive del lavoro.

Tra i principi dettati dalla delega ne emerge uno che, al contrario, si auspica possa concretamente trovare attuazione su scala nazionale: quello della «valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati», che pare possa essere la soluzione per un reale miglioramento dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, soprattutto grazie alla capillarità ed alle competenze oramai consolidate degli operatori privati del mercato del lavoro, che, se opportunamente coinvolti, potrebbero rappresentare la vera chiave di volta per sopperire ad un sistema pubblico farraginoso e poco allineato alle nuove dinamiche del “collocamento”.