L’inganno dell’ovvietà

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

A ben vedere le due visioni pro-euro e anti-euro sono ovvie e si basano su luoghi comuni. La visione pro-euro ha una matrice di sinistra (pertanto sinistra di fatto), è ammantata dalla retorica sentimentale dell’europeismo in completo blu e stelline bianche con il motto siamo tutti cittadini di una patria comune e via esilarando. Perfino Grillo, che, in alcuni spunti sembra condividere il vitalismo anti retorico e gli atteggiamenti politicamente scorrettissimi del grande Falstaff di Shakespeare, non ha resistito al richiamo dell’europeismo alla buona, ed ha lanciato il grido di dolore “niente unione di stati, si invece alla comunità di persone“.  Vallo a dire ai malmostosi che bivaccano al di là delle Alpi e come minimo ti becchi un vaffa. Ma il caro leader non si ferma alla retorica sinistrese, lui è ubiquio e fa l’occhiolino agli anti-euro proclamando la necessità, anzi l’urgenza del referendum dei monosillabi si o no alla moneta unica; un referendum la cui utilità, come dimostra quello testè avvenuto in Veneto, è nulla.

La visione anti-euro fa perno sul sentimentalismo finto patriottico del regionalismo, del comune, della piccola comunità e giù giù fino al cortile e all’orticello. Il grido di battaglia del regionalismo in salsa verde con accompagnamento musicale del pomposo Va’ pensiero,  è “fuori dall’Euro, riprendiamoci la libertà!”.  Sottinteso: la libertà di fare debiti e spendere come pare e piace. Una pratica cominciata quando sono stati inventati quei robot automatici generatori di costi senza controllo noti con il nome di Regione. Per di più il nuovo secolo è stato inaugurato, tanto per non far mancare nuove tentazioni, con un improvvido intervento sul Titolo V° della Costituzione; i successivi referendum, micidiale quello del federalismo a corollario della modifica del titolo V°, letale quello dell’acqua pubblica proposto dalla sinistra con la solita retorica (l’acqua è di tutti), hanno accelerato con la progressione di un motore Ferrari la tendenza al cupio dissolvi della finanza pubblica. Entrambe le visioni sono ingannevoli.

Il vantaggio di partecipare alla moneta unica è solo di natura economica. Nessun Paese, figuriamoci il nostro, è immune dalle fluttuazioni valutarie e dalla speculazione sul debito pubblico. Un oceano di denaro parcheggiato in attività di portafoglio liquidabili in un secondo può scatenare un terremoto valutario e la moneta è alla mercé di movimenti di capitale short non giustificati da attività economiche. Togliamoci dalla testa le retoriche pruriginose della visione di un’Europa federale o di un’Europa su un fondale politico comune a venti e più paesi. Neanche una lingua comune è stata adottata a Brussel e a Strasburgo. Tutti gli atti del Parlamento europeo vengono tradotti in 18 lingue diverse, quelle delle nazioni che hanno aderito alla moneta unica. L’Europa è un’espressione geografica come disse quel tale dopo il congresso di Vienna a proposito dell’assenza delI’Italia in cotal consesso. Se i motivi sono solo di natura economica essi devono essere autentici, verificabili, e soprattutto duraturi. Posto che l’Euro è una moneta su cui la speculazione non può infierire perché si rompe la testa, ciò che non funziona sono le regole carcerarie in cui vengono tenute le economie dei paesi europei bloccandone la crescita.

Sapete cosa c’è? Una verità fantozziana: siamo gente senza palle. Non abbiamo il coraggio di dire la verità e di liberarci dagli inganni dell’ovvietà. La moneta unica è cosa buona e giusta ma ognuno stia a casa propria. Nessuno deve arrogarsi il diritto di stabilire la nostra politica economica. Adottiamo volontariamente la soglia del 3% del rapporto debito/Pil perché siamo convinti che sia giusta, ma deve essere una regola flessibile perché è un dato di natura economica e non ideologica e non può essere separato dall’andamento del ciclo. Come si è potuto non prevedere uno scivolamento al 5% o6% nei periodi grami per il rilancio dell’economia? Ovvio che non parliamo di aumento di spesa corrente, com’è stato negli ultimi 15 anni ma di investimenti strutturali.

Il fiscal compact, che impone il rientro forzato dal debito pubblico è un’assurdità ideologica messa in campo dai puritani solo per punire. Possiamo rientrare più lentamente dal debito senza essere vessati dal taglio obbligatorio del quinto ogni anno per vent’anni. Se invece fossero 40 o 60 anni non cambierebbe nulla. Ciò che conta sono i trend. Allora? Di che parliamo? Della nostra incapacità di fare politica ad alto livello perché non abbiamo più le persone giuste per farlo. Pensateci bene, di cos’ha bisogno un Paese quando cede volontariamente  un po’ della propria sovranità (la nostra banca centrale non serve più)  a un ente superiore se non vuole diventare un mero esecutore di ordini o al contrario vuole evitare che i nuovi barbari buttino via il bambino con l‘acqua sporca? Servono grandi leader che aiutino i cittadini a non farsi ingannare  dalle ovvietà del si o del no. Non possiamo dire Grillo pensaci tu oppure, qui lo scrivo ma poi lo cancello subito, andare ai summit dicendo a bassa voce, per evitare che gli altri sentano le nostre fregnacce: vogliamo l’Europa delle macroregioni. Per favore, leader fatevi sentire.