Formazione finanziata: spreco o risorsa?

Paola FontanaUna delle critiche più frequenti e ripetute che viene rivolta a chi si occupa di formazione finanziata riguarda l’offerta formativa; i funzionari delle istituzioni pubbliche ed dei fondi che finanziano la formazione lamentano la scarsa innovazione nelle tematiche proposte, al grido di “basta con i soliti corsi di inglese ed informatica!”. Gli enti di formazione vengono tacciati di immobilismo, di incapacità di sopperire alle reali esigenze formative del mercato del lavoro e, tra le righe, accusati di sprecare il denaro pubblico con corsi di nessuna utilità.

La tesi che questa visione sottintende è che che gli enti di formazione creino un falso mercato tramite la proposta di una offerta formativa che non rispecchia la domanda, coartando in qualche modo ingenui cittadini a svolgere attività che non hanno per loro alcuna reale utilità ma che hanno l’indiscusso vantaggio di essere gratuiti.

Tralasciano l’opinione poco lusinghiera sulla capacità di discernimento dei cittadini italiani che questa tesi sottintende, trovo che questa idea non rispecchi la reale situazione del paese.

Una prima considerazione riguarda il fatto che la legge di mercato vuole che sia la domanda a generare l’offerta, non viceversa, e certo la formazione non si sottrae al mercato; il che, a rigor di logica, farebbe pensare che se esistono tanti corsi di inglese ed informatica è perché, banalmente, ci sono tante persone interessate a frequentarli.  Tra l’altro, se davvero fossero gli enti di formazione a creare la domanda utilizzando la leva della gratuità e non esistesse una reale richiesta da parte della popolazione, l’unica offerta formativa di questi corsi dovrebbe essere quella finanziata, e non dovrebbe esserci offerta privata a pagamento. Così non è: di scuole di inglese ed informatica con corsi a pagamento ce ne sono a bizzeffe; e, se esistono, ci sarà qualcuno, e più d’uno, motivato a frequentare questi corsi, e così motivato da investire il proprio denaro e, non dimentichiamolo, il proprio tempo.

Altro fattore da tenere in considerazione è la recente indagine svolta dall’ OCSE sul possesso delle competenze di base da parte dei cittadini di diversi paesi del mondo, che ha analizzato le competenze linguistiche, matematiche e la capacità di problem solving attraverso l’informatica e la tecnologia. L’Italia non è presente nella classifica per quanto riguarda quest’ultima competenza, poiché non è stato possibile terminare la ricerca per mancanza di un campione numericamente rilevante, mentre è in posizione bassissima per quanto riguarda le altre due competenze; un risultato non certo incoraggiante e che disegna un quadro fosco sulla qualità dell’istruzione in Italia. Non si parla, in questa analisi, della capacità di esprimersi in lingua straniera, ma trovo che il fatto che in Italia affermare di avere una conoscenza scolastica di una lingua sia sinonimo di averne una scarsa conoscenza sia di per sè indicativo del livello di insegnamento e di apprendimento.

Infine, la strategia Europa 2020 rileva la necessità di un rafforzamento delle competenze di base dei cittadini europei e la declina nell’ “Agenda per nuove competenze e nuovi lavori”, una delle sette iniziative faro della strategia stessa, che ha lo scopo di favorire l’occupazione e la crescita economica nonché una reale inclusione sociale, fatto impensabile senza il possesso di competenze fondamentali per un effettivo esercizio della cittadinanza. Capacità di esprimersi in lingua straniera e competenze digitali sono presenti nell’elenco delle otto competenze essenziali che tutti dovrebbero possedere, e la strategia europea si muove in questa direzione, poiché la Commissione europea rileva ad oggi una insufficiente padronanza di queste competenze in larghe fasce di popolazione.

In conclusione, trovo che la costante domanda di corsi di formazione di inglese e informatica sia testimonianza della consapevolezza della popolazione della necessità di crescere in tal senso, sia in termini personali che con lo scopo di migliorare la propria occupabilità. Certo, in linea teorica lo scopo degli enti di  formazione dovrebbe essere quello di fornire una formazione professionalizzante, di specializzazione, certamente più innovativa, e non dovrebbe essere quello di fornire competenze di base, scopo del sistema di istruzione. Tuttavia, vista la situazione attuale, che l’offerta formativa finanziata offra la possibilità di formarsi gratuitamente in tal senso mi sembra un fatto virtuoso, un merito degli enti di formazione piuttosto che un demerito, ed un utilizzo proficuo e lungimirante di fondi pubblici.

I “soliti corsi di inglese ed informatica”, dunque? Si, grazie. Con buona pace dei nostri funzionari.

 

Link: 

OECD Skills Outlook 2013Agenda per nuove competenze e per l’occupazione competenze chiave per l’apprendimento permanente