L’agenda digitale

Stefano Magliole

Stefano Magliole

Da ormai un paio di anni si sente spesso parlare di Agenda Digitale. Parlare di pubblica amministrazione e di semplificazione è uno degli elementi ricorrenti nei titoli di giornale e telegiornali, per non parlare del web. Negli ultimi mesi, poi, il discorso si è infittito e sembra aver colpito l’attenzione di aziende e imprenditori.

In realtà l’Agenda Digitale si iscrive in un contesto molto più ampio che qui proviamo a descrivere. Nel 2010 l’Europa si è data un obiettivo (anzi tre) da raggiungere entro il 2020: una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Per essere più specifici, l’Europa, entro il 2020 vuole sviluppare l’innovazione e la green economy e vuole promuovere l’occupazione e la coesione sociale. Per arrivare a ciò ha definito 7 aree di attività, tra cui lo sviluppo digitale che ha come obiettivo la “creazione di un mercato unico del digitale, caratterizzato da un elevato livello di sicurezza e da un quadro giuridico chiaro.”

A questo punto ogni Paese membro dell’Unione ha dovuto recepire le indicazioni europee a seconda del contesto e delle necessità specifiche. L’Italia ha impiegato quasi due anni per dotarsi di un proprio percorso di sviluppo, lo ha fatto con il governo Monti nel Giugno del 2012 quando ha istituito l’Agenzia per l’Italia Digitale.

L’ente nazionale dovrebbe accogliere interamente gli obiettivi europei e quindi essere allineata in termini di sicurezza, accessibilità, velocità e alfabetizzazione digitale. In realtà, leggendo il sito istituzionale dell’Agenzia, si ha la sensazione che l’unico reale obiettivo siano la “digitalizzazione e ammodernamento della PA”: vere e proprie necessità per il nostro Paese ma probabilmente non sufficienti.

Cosa vuol dire digitalizzare e ammodernare la Pubblica Amministrazione? Vuol dire innanzi tutto rendere la rete internet (veloce!) uno strumento collettivo: milioni di italiani sono ancora tagliati fuori da banda larga e ADSL; per non parlare di luoghi del tutto isolati e digitalmente bui. Ovvio che senza questo accesso “collettivo” è molto difficile definire procedure amministrative digitali che potrebbero solo essere adottate a macchia di leopardo.

Una volta garantito l’accesso a tutti, il secondo passaggio consiste nel creare procedure semplici e sicure, facendo in modo che la sicurezza informatica diventi un modo per ovviare alle complessità burocratiche.  Digitalizzare significa ottimizzare processi, risorse, pratiche che oggi si perdono nei meandri della burocrazia. L’Agenzia del Digitale sembra concentrarsi su alcuni settori: anagrafici (documenti), istruzione (testi e certificati), sanità (prescrizioni e fascicoli sanitari), giustizia (procedure e documenti dei tribunali).

Il terzo passaggio dovrebbe essere l’apertura dei database per permettere a società (anche private) di fornire servizi al cittadino: come avviene oggi, ad esempio, per il traffico o i mezzi pubblici.

Questi tre livelli di intervento sono il vero gap da colmare. Servono investimenti ma soprattutto serve alfabetizzazione digitale. Troppi italiani sono ancora spaventati dal web e troppi non sanno muoversi all’interno di pagine internet e social network. Ma prima di tutto, prima di investimenti e formazione, serve la forte volontà di accedere a queste risorse e la reale comprensione del potenziale che esse nascondono. Allora entreremo nella vera e propria rivoluzione digitale.