Verso un modello sostenibile: il coworking

Andrea Solimene

Andrea Solimene

In Italia arriva l’ufficio fast e low cost. È la soluzione per molti liberi professionisti che, in tempo di crisi immobiliare e con l’affermarsi del concetto di Smartworking, decidono di lavorare in spazi comuni e condividere anche il tavolo di lavoro. Non è una moda bizzarra che si sta affermando nel nostro Paese da poco più di un anno. Si tratta invece di una realtà con numeri sempre più importanti. Parliamo di coworking.

Il coworking non è altro che un nuovo modo di intendere il lavoro e re-interpretare l’ufficio. Secondo Wikipedia, è uno stile di lavoro che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro mantenendo un’attività indipendente. Si affermano così spazi attrezzati a ufficio e adibiti alla locazione per periodi più o meno brevi che offrono a freelance un ambiente dove circolano idee e persone.

Due i fattori chiave: risparmio economico e condivisione. Da una parte c’è la necessità di ridurre i costi fissi legati all’affitto di una sede e all’utenze, dall’altro c’è la possibilità di entrare in contatto con una rete di professionisti e condividere know how e contatti. È proprio quest’ultimo l’aspetto distintivo di un coworking: l’opportunità di conoscere altri professionisti – detti coworkers – e di collaborare su progetti multidisciplinari e fare networking.

Forse un esempio può chiarire il vantaggio di un coworking. Io, Andrea sono un project manager e ho la necessità di creare un team per seguire il posizionamento strategico di un brand in Russia. Nel mio spazio di coworking ho conosciuto una simpatica e professionale interprete di lingua russa, un avvocato che ha vissuto a Mosca per diversi anni e un copywriter creativo con cui spesso vado in pausa pranzo. Praticamente ho “in casa” le professionalità di cui necessitavo. Semplice! Nella fattispecie riesco a ottimizzare la ricerca e creazione del team, posso contare su competenze tecniche con esperienze valide, accedere alla loro rete di contatti e inoltre, ho la possibilità di lavorarci tutti i giorni perché condividiamo gli stessi spazi di lavoro. Niente male!

Ma qual è il profilo del coworker? È un professionista freelance, nella maggior parte dei casi specializzato nell’ambito web e del digitale, con mente aperta e una forte propensione all’adattabilità. Consapevole che il mondo del lavoro sta diventando sempre più flessibile con la crescita della richiesta di servizi esterni e l’aumento dell’outsourcing, preferisce optare per spazi alternativi ai soliti uffici. Tutto quello che serve è un laptop.

Il coworking non è solo “condividere lo stesso spazio di lavoro”. Ogni coworking rappresenta una piccola community di coworker. Alcuni sono tematici, o anche verticali: radunano freelance provenienti da ambiti similari come i creativi (grafici, maker, designer, architetti). Altri sono progettati per ospitare startup che, nella maggior parte dei casi, non hanno risorse economiche per permettersi una sede e preferiscono un ambiente più dinamico e flessibile.

Sono diversi i servizi a cui il coworker può accedere: dalla rete commerciale e di professionisti collegata alla community ai servizi di facility (cucina, wifi, stampanti, spazi relax, ecc …). Ad esempio è possibile riservare una singola postazione o un’intera sala riunioni, avere uno spazio sul sito web del coworking dove sono esposti i lavori realizzati in collaborazione con gli altri coworker, organizzare eventi tematici coinvolgendo l’intera community.

Il coworking si inserisce in una fase storica in cui si assiste al passaggio da una Money-Centered-Economy a una Human-Centered-Society: il lato umano gioca un ruolo fondamentale e la ricerca di modelli di business più sostenibili rappresenta una delle sfide dei nostri tempi. Il coworking può essere una soluzione. È dello stesso avviso il fondatore di Talent Garden, spazio di coworking da poco sbarcato a New York. Una realtà nata in Lombardia che si propone come un ecosistema dove menti brillanti si sfidano e si contaminano. In una presentazione recente così si descrivevano: “Come in un giardino, dove piante di diverse specie germogliano e crescono insieme, dando vita a un ambiente unico e meraviglioso, così in Talent Garden tutte le persone, che collaborano e competono allo stesso modo, creano un vero e proprio ecosistema, contaminandosi l’un l’altra.

Il coworking può realmente rappresentare un’opportunità per le realtà locali se organizzato secondo logiche in grado di canalizzare lo sviluppo di sinergie tra i vari coworker. In altri termini deve essere pensato come uno spazio dove realmente le persone collaborano su progetti e condividono competenze ed esperienze. Il singolo coworker deve esser coinvolto in prima persona e messo nella condizione di “vivere un’esperienza” di lavoro diversa dalla solita d’ufficio. Un buon coworking dovrebbe dunque avere spazi di condivisione ma anche spazi privati che consentono maggiore indipendenza e concentrazione.

Considerate le potenzialità del fenomeno si son sentite numerose voci riguardo al futuro del coworking. Si tratta di una bolla pronta ad esplodere? In realtà si registra una crescita annua del 100%. Ci sono più di 60 spazi di coworking in una città come New York. In Italia i numeri sono inferiori anche se ogni città reclama il suo spazio di lavoro condiviso. Attualmente meno del 2% dei liberi professionisti italiani lavora in un coworking. Un mercato che sta nascendo adesso e che dipende da quanto saremo bravi a renderlo profittevole. Riusciremo a passare da un approccio basato sulla segretezza e protezione della proprietà intellettuale all’apertura e condivisione delle conoscenze?