Smart Working: l’Italia è pronta?

Andrea Solimene

Andrea Solimene

Nel lontano 1936 Sir Charlie Spencer Chaplin, una delle personalità più creative e influenti del cinema muto, realizzava “Tempi Moderni”, un film parodia sulla vita lavorativa dell’operaio. Charlot, addetto all’avvitamento dei bulloni, dopo essere usato come cavia per la dimostrazione di un meccanismo da usare per evitare la pausa pranzo dei lavoratori, si ritrovava ingoiato tra gli ingranaggi delle macchine da lavoro. Testimoniava il cambiamento verso qualcosa di diverso che, a tratti, spaventava: la modernità, l’industrializzazione.

Da allora il modo di lavorare è cambiato notevolmente. La crisi economica ha richiesto una riflessione obbligata intorno al tema della competitività, della produttività, della capacità di innovazione delle imprese, costringendole a ridefinire i confini e le logiche dei modelli organizzativi. La tecnologia ha mutato i processi produttivi industriali e le metodologie di lavoro: il modello standard fondato su orari, reddito e contratto si è perso nel tempo, a favore di un’impostazione molto più flessibile. Inoltre, il diffondersi del concetto “economia della conoscenza” basata sui servizi e creatività, ha definito nuove logiche e un nuovo modo di lavorare obbligandoci a riconsiderare la modalità di utilizzo dello spazio fisico, a fronte di un nuovo mondo virtuale di collaborazione online. La creazione di valore per un’impresa non è più strettamente collegata alla presenza fisica dei lavoratori, ma alla loro capacità di innovare e collaborare sempre e ovunque.

Dunque, la crescente tendenza a trascorrere sempre più tempo lontani dalla propria scrivania ha comportato la revisione delle tecniche di lavoro la riprogettazione del classico ufficio. I professionisti necessitano strumenti giusti per aumentare la propria produttività, favorire l’innovazione e migliorare l’interazione tra più soggetti e garantire un perfetto equilibrio tra carichi di lavoro e vita privata e sociale.

Un modello basato sulla ricerca dell’efficacia ed efficienza lavorativa, sulla comunicazione pratica e immediata, sulla collaborazione indipendentemente dalla propria ubicazione o dallo strumento utilizzato, ma soprattutto, sul work-life balance (equilibrio tra vita lavorativa e vita professionale). Parliamo di Smart Working, dell’esigenza di ripensare i modelli in funzione anche del benessere dei dipendenti, cercando di soddisfare obiettivi di business e personali, trasformando la propria azienda nel “miglior posto al mondo dove lavorare” (posto che ad oggi spetta a Google secondo la classifica stilata dal Great Place to Work Institute). L’obiettivo è quello di rendere sostenibile e umano l’ambiente di lavoro: la soddisfazione del dipendente è un valore fondamentale per la crescita di  un’organizzazione e, pertanto, non è pura follia essere indifferenti di fronte a questo tema.

Secondo l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, un ambiente lavorativo affinché possa definirsi smart working deve garantire il legame tra questi 3 elementi: 1) organizzazione flessibile di spazi e orari di lavoro; 2) strumenti ICT a supporto del lavoro; 3) cambiamento degli spazi fisici nelle imprese. Lo Smart Working si caratterizza per il mobile work, la flessibilità e il telelavoro. L’esempio classico è una video-conference call tra professionisti sparsi nel mondo: chi seduto in ufficio ad Amsterdam, chi dinanzi a un caffè a Roma, chi sul terrazzo di casa a San Francisco. Google, Skype, tecnologie cloud e altre piattaforme   garantiscono tutto questo sfruttando dispositivi mobili quali tablet, smartphone o pc portatili.

Gli studi effettuati hanno stimato i vantaggi economici derivanti dall’adozione di un modello smart working in circa 37 miliardi di euro: un quarto da attribuire alla riduzione dei costi di gestione e il restante all’aumento in termini di produttività e qualità di lavoro dei dipendenti. Inoltre, ogni dipendente, riducendo gli spostamenti, potrebbe risparmiare circa 550 euro all’anno contribuendo anche alla riduzione di emissioni di anidride carbonica.

Tuttavia, nonostante il numero di professionisti e dipendenti che seguono le logiche dello smart working sia aumentato dal 17 al 25% nell’ultimo anno, l’Italia si colloca al 25° posto (su 27 stati europei) nella classifica sul telelavoro stilata dall’Unione Europea. Aspetto alquanto curioso – considerati i numerosi vantaggi – che testimonia i grandi limiti dei modelli tradizionali e adottati in Italia, caratterizzati da una forte impostazione gerarchica e dalla presenza fisica delle persone in ufficio come un elemento fondante del modo di lavorare. Una cultura radicata che poco sposa un mondo dove la presenza “virtuale” prevale sul contatto diretto, ma – piuttosto – predilige “l’occhio padronale che vigila sul personale” o la timbratura del cartellino come metodi per monitorare la produttività lavorativa.

In altri termini occorre cambiar rotta. Ma prima di intervenire sui modelli organizzativi, forse sarebbe più opportuno cambiare la “forma mentis” radicata e, purtroppo obsoleta, degli italiani che soffrono di una visione ancora miope nelle relazioni professionali.

L’Italia sembra essere frenata dal suo stesso potenziale: quelle imprese medio-piccole ricche di professionalità e competenze di nicchia che ancora lavorano secondo modelli tradizionali. Il cambiamento è difficile. Ma bisogna farlo e passa attraverso la collaborazione, comunicazione, valorizzazione di talenti, personalizzazione e flessibilità. Ci riusciremo?

  • JobSwapper

    Ben detto Andrea … noi ci stiamo provando con JobSwapper !