Parole

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Disegnava, meglio sarebbe dire imbrattava il foglio con domande che di prim’acchito sembravano senza senso, tipo “Perché le donne non portano più le gonne?” “Cosa ci troveranno nei pantaloni?” La risposta, un incomprensibile scarabocchio che ricorda le macchie di Rorschach. Sul lato sinistro del foglio, in alto, dove la mano cade sicura e la penna comincia a tormentare le righe sottili, Carlo aveva scritto un’altra domanda “Perché gli uomini non fischiano più i motivetti di San Remo? O di qualunque altra canzoncina ascoltata alla radio?” Stava sollecitando l’immaginazione appellandosi a esempi e ricordi che gli fornissero le risposte creative di cui il suo spirito aveva bisogno; invece gli sovvenivano, ormai da qualche tempo sempre in modo confuso, le solite ‘minchiate’ sociologiche o peggio le ‘minchiate’ razionali, come: i motivi non sono melodici, sono scomparsi i ritornelli orecchiabili, le parole sono troppo stupide, la gente ha altro a cui pensare. E per le donne in pantaloni, non gli veniva in mente niente di meglio che qualche nebuloso effetto collaterale del post femminismo. Minchiate. Carlo Bianchi è stato il copywriter di una brillante agenzia di comunicazione di Milano degli anni ‘90, alla fine del primo decennio del nuovo secolo aveva esaurito le parole creative. Non le vedeva più nel suo spartito, ne aveva perso le tracce, il suono, il profumo di novità che emanavano e lo eccitavano. Addio nomi significanti, addio verbi rotolanti e inquieti, addio concetti estesi e profondi; da tempo, Carlo inseguiva solo banali e ripetitive descrizioni, aggettivi più superlativi di quanto fosse necessario, subordinate senza amore dell’ordine. Eppure un tempo non troppo lontano, diciamo 15 anni fa, era stato la colonna scrivente dell’agenzia, inviato a New York per mostrare a quegli snob della casa madre che il made in Italy non era soltanto moda e pizza, mobili e pasta, ma concetti creativi, formidabili immagini che penetravano la mente. Ricordi. Nostalgia. Parole.

Aveva legato a una gamba del tavolino bianco i pattini con cui scendeva lungo Madison Avenue e arrivava al quartier generale dell’agenzia come un newyorkese qualsiasi. A quei tempi aveva già qualche capello bianco ma viveva nella città dove è proibito invecchiare, nel caso si sparisce per un po’, quando i muscoli facciali perdono consistenza, le guance cedono e il naso scende fino ad accostare la punta alla bocca. Non si sentiva usurpatore di giovinezza, anzi, ringalluzzito dai ruggiti d’amore di una art director, vedova anzitempo e detentrice del premio assicurativo milionario per la scomparsa del marito, non si era mai sentito così ganzo.

Il ritorno a Milano, dopo 5 anni, avvenne sotto il peggiore degli auspici. Appena sceso a Malpensa, adocchiato il Corriere, senza ragione sbirciò nelle pagine dei morti. Forse un presentimento. Un nome richiamò la sua attenzione, quello di un carissimo amico, ottimo art director con cui aveva condiviso decine di campagne nelle prima agenzia dove si erano incontrati e scelti, lui copy l’altro art. Avevano lavorato insieme dieci anni. Si recò al funerale appena in tempo per vedere scomparire la bara sotto un metro di terra. Sic transit gloria mundi? “No”, disse fra se non fu mai vera gloria. Solo colpi di ingegno di abili artigiani che, invece di usare lima e tornio, creano parole e immagini che, se unite in un felice matrimonio, diventano storie con cui la gente familiarizza, perché sono facili e si imparano a memoria.

In agenzia tutto era rimasto com’era da quando era partito, salvo la presenza di nuove coppie di creativi, più giovani, molto più giovani di lui. Milano non è città per vecchi che si sentono giovani, e neppure città per giovani che si sentono vecchi. È la tipica città per chi ha l’età giusta. Quella che ti senti quando arrivi in ufficio e scopri che ci sono giovani molto più in gamba di te, e invece di snobbarli cerchi di imparare qualcosa da chi è in sintonia con chi viaggia nella rete con gli strumenti e la conoscenza dei nuovi media. Carlo non aveva quella stoffa. Soffriva quando la coppia giovane azzeccava una campagna di successo, soffriva quando il presidente citava nelle mail rivolte a tutti, i nomi dei nuovi creativi con i complimenti per qualche bel lavoro. È stata la sofferenza provata ingoiando tanti sbadigli, effetto che gli procuravano la vista dei lavori dei giovani creativi, che gli ha causato tutte quelle rughe che lo hanno ancor più invecchiato. Prima di congedarsi aveva fatto i conti di quante parole aveva scritto in 36 anni. Una media di 100 al giorno, fanno 30.000 all’anno, quasi un milione nell’arco della sua vita lavorativa. Di queste, almeno un migliaio erano diventate parole creative a tutti gli effetti quindi copy idea di campagne stampa e sceneggiature di spot televisivi.

Un flash gli attraversò la mente e capì cosa trovassero le donne nei pantaloni. Si alzò, si slacciò i jeans e gridò sollevando i genitali “Questo trovano le donne nei pantaloni”. Improvvisamente una decina di uomini seduti ai tavolini bianchi come il suo, si alzarono e lo imitarono. Tutti gridavano, agitando i testicoli “Questo trovano le donne nei pantaloni”. Si aprirono due porte, entrarono degli energumeni vestiti di bianco, li tranquillizzarono con la minaccia di lasciarli a digiuno, li aiutarono a vestirsi. Poi tutti insieme cominciarono a fischiettare e canticchiare “Voglio una donna donna con la gonna gonna”.