Non è più una questione di buon governo

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Il Paese potrà uscire dalla fase di stallo economico da cui dipende il funzionamento dell’ascensore sociale fermo a pianterreno, quando la classe dirigente politica prenderà pienamente coscienza delle cause. Si accorgerà che gli interventi necessari non saranno catalogabili nella categoria del buongoverno ma in quella della rivoluzione, nella fattispecie, della burocrazia.

Fra i grandi paesi Europei che hanno fatto la storia del continente, l’Italia è stato ultimo ad iniziare il suo cammino verso la realizzazione dello Stato nazionale nell’800 con le guerre di indipendenza. Quando, con il suo abile tatticismo, Cavour riuscì a unire il paese da nord a sud, il Conte si pose l’obiettivo di come creare l’organizzazione dello Stato. Naturalmente il suo sguardo si rivolse a nord e in gran parte alla Francia stato nazione da qualche secolo. Prima i vari Luigi, poi la rivoluzione, infine Napoleone e i suoi successori, ebbero bisogno di una organizzazione statuale per governare. Ed essa fu  fedele ai fattori identitari di nazione: prima la monarchia, poi l’imperatore ed infine la Repubblica. Stante i problemi di controllo territoriali e sociali non poteva essere che un’organizzazione fortemente centralizzata.

Cavour aveva un’alternativa al centralismo: lo stato federale i cui fautori erano fior di intellettuali come Cattaneo e Mazzini, ispirati dal grande modello federalista degli Stati Uniti. Il Conte, fedele alla monarchia, si orientò verso l’imitazione dell’organizzazione statuale francese  il cui simbolo e braccio operativo sul territorio erano le prefetture con a capo il prefetto. Costui aveva ed ha mantenuto negli anni i poteri di un executive, mentre il capo dell’organizzazione centrale era ed  è tuttora il Ministro degli interni. Mentre la Francia ha continuato a tenere la sua organizzazione lontano dal contagio dei partiti, e ne ha migliorato l’efficacia con l’introduzione della informatizzazione, in Italia, paese senza tradizione statuale, i partiti hanno trangugiato le istituzioni e rimasticate per perseguire i  loro scopi. In Francia, il burocrate nel comparto pubblico, non solo è fedele allo Stato ma ha come interesse supremo il bene dello Stato. In Italia, se la posizione è di alto livello, l’executive è fedele al partito che ne ha sostenuto la candidatura e per quanto riguarda il bene supremo dello Stato, beh finiamola li, non c’è trippa per gatti.

Il metodo tutto nostrano con cui i partiti sono intervenuti nella pubblica amministrazione, occupandola per finalità non di pubblico interesse ma per interesse di fazione, ha accompagnato la Repubblica fin dai primi vagiti fino ai giorni nostri. I partiti erano anche “allora”  come sono oggi, faziosi, di parte e, mercé di un’amministrazione dello Stato ancora in fasce, l’occuparono con un processo lento, continuo, inarrestabile. Basta leggere l’intervento che Silvio Spaventa tenne a Bergamo nel 1880, il 17 maggio, all’Associazione Costituzionale. Lui era del Partito Liberale. Durante quell’occasione pubblica, analizzò con parole degne di Cicerone, il comportamento di chi aveva governato nei 4 anni precedenti, mettendo in luce la partigianeria nell’amministrazione giurisdizionale. Aveva avvertito il pericolo che corrono le istituzioni per causa delle ingerenze indebite dei deputati nella amministrazione dello Stato. Da allora ad oggi tali pericoli si sono moltiplicati all’infinito senza che, né il ventennio di Mussolini, né i partiti della prima e della seconda repubblica, abbiano saputo fermare la deriva del Paese verso uno stato burocratico politicizzato, ma ahimè senza un’anima politica. Perché la burocrazia si è difesa dai partiti. Ha messo in campo gli anticorpi, vale a dire la proliferazione delle norme e le loro interpretazioni favorite dalla mentalità avvocatesca e azzeccagarbugli presente in ampi strati della classe dirigente. Risultato?  Si sente fra lo scontento delle persone sempre più spesso la domanda  “dove finirà questo paese ?”. Dovremmo finire là  da dove abbiamo cominciato, e ricominciare da capo.  Studiare il percorso che abbiamo fatto, capire gli errori commessi, e con una mannaia disboscare tutte le follie che i partiti hanno burocraticamente contrabbandato per pillole di saggezza.

E’ un sistema faticoso, ma eviterà all’odierno aspirante Napoleone della battuta di ripetere quella del còrso “ Je ne veux plus de partis” con tutto quel che ne seguì.