La rinascita di molte imprese passa attraverso l’internazionalizzazione

Andrea Solimene

Andrea Solimene

Di recente mi sono imbattuto nell’interessante storia della Porta Magica sita in Piazza Vittorio Emanuele a Roma. La porta è uno dei cinque ingressi di Villa Palombara, edificata verso la metà del XVII secolo. Sulla soglia della porta, l’unica sopravvissuta nel tempo, colpisce la scritta: “SI SEDES NON IS”, che significa “Se ti siedi non avanzi”. Leggendola al contrario (SI NON SEDES IS) significa l’esatto opposto: “Se non ti siedi, avanzi”. Un messaggio che, oltre ad essere una metafora di vita, si riflette in molti imprenditori alle prese con l’attuale periodo di crisi.

Uno dei must delle imprese italiane è attivarsi, rinnovarsi, non esitare. Diverse sono le metodologie e i canali per farlo, si tratta solo di decidere se avviare un processo di rinnovamento del proprio core business all’interno dei propri confini d’azione o all’esterno. Attualmente, l’internazionalizzazione di un’impresa, ossia il percorso di crescita verso mercati esteri, è uno dei grandi argomenti su cui si cerca di coinvolgere le imprese italiane al fine di farle uscire dalla situazione di congiuntura economica in cui si trovano.

Secondo dati dell’Osservatorio del Commercio Estero, circa il 4,7% delle imprese italiane esporta i propri prodotti all’estero. Il 61% sono microimprese, con meno di 10 dipendenti, e il 93% non supera i 50 dipendenti, producendo il 31% del nostro export. Lo scenario mostra che sono principalmente le realtà aziendali molto piccole a esportare, generando tuttavia fatturati bassi. Non un bene per l’Italia che ha il marchio più richiesto al mondo: il “Made in Italy” non smette di essere di moda anche se, paradosso, è nelle mani spesso di aziende piccole che non dispongono spesso di risorse, strumenti e competenze sufficienti per sostenere la competizione internazionale. A causa di evidenti limiti strutturali ed economici, le aziende italiane non sempre sono in grado di fare l’opportuno salto di qualità. Si pensi, a titolo esemplificativo, un piccolo produttore di vino dell’Irpinia che vuole esportare il proprio prodotto di qualità in Russia: l’approccio con la lingua, lo studio del mercato, la creazione dei giusti contatti e canali, l’utilizzo degli strumenti, la valutazione finanziaria e tanti altri ostacoli. Come è comprensibile, una piccola realtà non può avere tutte le conoscenze, competenze e risorse per avviare da sola un percorso di crescita all’estero e, qualora ci riesca, non è facile sopravvivere e mantenere la posizione di mercato acquisita per via della spietata concorrenza internazionale. Non certo una sfida semplice.

Soffermiamoci su qualche aspetto tecnico. Cosa significa dunque avviare un processo di internazionalizzazione? E quali sono i benefici?

Obiettivo dell’internazionalizzazione è la creazione di attività estere attraverso la costituzione di nuove aziende in mercati esteri, l’acquisizione di aziende o singole unità produttive, o semplicemente la creazione di canali per l’esportazione di prodotti. I vantaggi sono riconducibili a una chiara diversificazione del rischio aziendale, un aumento del fatturato e della redditività, miglioramento delle economie di scala, accesso a esperienze e competenze differenti, aumento di competitività sul mercato interno. Ovviamente questi sono per grandi linee i motivi che spingono un’azienda a internazionalizzare il proprio business. Tuttavia è necessario evidenziare anche le complessità ad esso collegate. Difatti, occorre far i conti con il rischio paese (es: avviare un business nel centro Africa significa assistere ogni sei mesi a una rivolta civile), rischio monetario (es: la valuta è legata all’andamento dei mercati finanziari e la prevedibilità è aleatoria), rischio tecnico (es: una tecnologia apprezzata in un Paese non necessariamente avrà successo in un’altra area geografica) e rischio giuridico (es: le normative giuridiche – anche in materia di lavoro – differiscono da Paese a Paese). Molto spesso, infatti, si commettono errori che non consentono poi, di avviare, o accelerare, il processo di internazionalizzazione. I più comuni sono riconducibili a: stima errata del prezzo, conoscenza superficiale del mercato di destinazione e, quindi, cultura, tradizioni e soprattutto norme giuridiche. Oltre a considerare costi sommersi o costi invisibili che si manifestano solo una volta avviata l’attività all’estero. Per questo ci sono numerosi agenti e intermediari che offrono servizi di consulenza e assistenza e agevolano l’ingresso in determinati mercati. Non sono altro che esperti di settore in grado di identificare criticità,  stabilire con maggior dettaglio obiettivi e rischi, definire l’organizzazione interna e la struttura economico-finanziaria adeguata.

Come si può immaginare, il quadro è molto più ampio e complesso di quanto descritto in grandi linee. Da una parte ci sono realtà estere che stanno minando il Made in Italy, dall’altra ci sono realtà nostrane che, un po’ per limiti strutturali un po’ per limiti culturali, faticano a cambiare mentalità. Il rischio che si corre è non rimanere al passo con i tempi e perdere competitività e opportunità di business. Una delle più note citazioni di Charles Darwin recita: “non è la specie più forte a sopravvivere e nemmeno la più intelligente, ma la specie che risponde meglio al cambiamento”. Perché restare seduti? Avanziamo!

  • Donatella

    Già avanziamo è la parola d’ordine ma la burocrazia e troppe regole anche avanzano invece dovrebbero indietreggiare per adeguarsi al cambiamento e lasciare ogni individuo volenteroso e capace di iniziare a produrre e partecipare al processo di ripresa economica senza troppi paletti che bloccano e soffocano l’economia