Partire o rimanere: i giovani e il loro futuro

Andrea Solimene

Andrea SolimenePartire

“Purtroppo il momento non è dei migliori!”. Quante volte i giovani italiani – laureati e non – si sono sentiti (e si sentono) ripetere questa frase in conversazioni che interessano la ricerca del lavoro? Tante. Forse troppe. Alternano continuamente – ormai da molto tempo – rassegnazione e ottimismo nell’indifferenza più totale di chi governa questo Paese. Si trovano così dinanzi a un bivio importante: partire o ripartire? Inseguire le opportunità oltre confine o in patria?

Secondo dati OCSE la disoccupazione giovanile in Italia è arrivata al 35,3 %. La percentuale di senza lavoro è più elevata tra le donne (37,5 %) rispetto agli uomini (33,7 %). Inoltre, oltre la metà dei lavoratori italiani under 25, circa il 53%, ha un lavoro precario: la percentuale è quasi raddoppiata rispetto al 2000, quando erano il 26 %. Dati alquanto preoccupanti.

Così, per molti giovani si prospetta l’estero. Si tenta la fuga – si, purtroppo si parla di fuga – verso mete che possano garantire maggiori sicurezze. Molti scappano in Germania, negli USA o nei Paesi Arabi in cerca di migliori opportunità. Altri si spingono ancor più lontano, Australia, Cina, forse senza piuù guardarsi indietro. Giovani che dovrebbero essere il nostro futuro. Giovani che, in gran parte culturalmente e professionalmente già formati, preferiscono andare altrove perché questa Italia non riesce a reagire di fronte alle difficoltà della crisi. Forse perché siamo un Paese di vecchi governato da persone che preferiscono litigare piuttosto che porre le basi e costruire un futuro migliore?

Forse. Nel solo 2012, se ne sono andati circa 32.000 tra gli under 35, pari al 42 % di tutti gli italiani che nell’anno si sono trasferiti all’estero. In quella fascia d’età, gli emigrati sono aumentati del 25 % in soli dodici mesi.

C’è invece chi non ha ancora pensato alla fuga. C’è chi prima di partire, vuole provare a “ripartire” in Italia, cercando di crearsi delle opportunità in patria. Il fenomeno startup è sicuramente nato sotto questo segno “se non riesco a trovare un lavoro, allora me lo creo!”.

Diverse sono le nuove realtà imprenditoriali che si stanno affermando sul palcoscenico internazionale. Nuovi imprenditori che, considerati da molti solo dei giovani rifugiati nell’imprenditoria, invece, tra numerose difficoltà e ostacoli cercano di rilanciare il Made in Italy. Non solo moda, turismo ed enogastronomia, ma anche tecnologia e nanotecnologia.

Prodotti e servizi in linea con la cultura italiana: professionalità e qualità. Quei valori che hanno fatto grande l’artigianato e l’agricoltura lo scorso secolo. Quindi da dove ripartire? Proprio dal passato. Prendiamo l’esempio dell’agricoltura. Segnali positivi del settore non possono passare inosservati in una crisi che ha fatto registrare, quotidianamente, numeri negativi. I primi mesi del 2013 hanno confermato il trend registrato nel 2012 con una crescita degli occupati nell’ordine del 3,6 %, in netta controtendenza rispetto al mercato nazionale. La staffetta generazionale di cui tanto si parla potrebbe trovare la sua ideale applicazione proprio in agricoltura dove, attualmente, il 37% dei conduttori delle imprese agricole ha oltre 65 anni.

Così nasce lo slogan “meglio nei campi che in banca”. Cresce, infatti, il numero di lavoratori del settore, soprattutto tra i giovani. L’agricoltura sembra quasi non subire la crisi dell’Eurozona, facendo segnalare una variazione positiva del PIL (+0,1 %) e degli occupati dipendenti (+0,7%). Gli under 35 hanno trovato terreno fertile nel settore e hanno avviato il processo di ricambio generazionale nelle campagne.

Meglio gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale? Forse il mito della grande azienda sta tramontando a vantaggio di opportunità più reali e concrete. E la scelta dell’agricoltura non deve essere considerata dai giovani come un ripiego o un rifiuto del mercato. Deve diventare una scelta naturale e spinta dalla consapevolezza delle potenzialità che il nostro Paese offre. Diventare agricoltori significa diventare impresari del cibo.

Un mestiere che, tuttavia, necessita rinnovamenti: dagli strumenti e tecniche ormai obsolete alla gestione del lavoro secondo nuove metodologie. Un mestiere che, spinto anche dalla green economy e da uno sviluppo economico molto più sensibili ai temi della sostenibilità ambientale e al rispetto delle risorse naturali, può regalare grandi opportunità. Secondo la Coldiretti la green economy creerà nel prossimo anno circa 100 mila nuovi posti di lavoro.

Cosa aspettare?

Così nascono nuove figure che si inseriscono nella filiera agricola, dalla coltivazione alla vendita con un occhio all’internazionalizzazione. Nasce – ad esempio – la figura dell’assaggiatore di olio, miele, formaggi e grappe. Esperti e specialisti che ottimizzano il processo di immissione di una materia sul mercato. Il Made in Italy è richiestissimo e deve sempre seguire politiche volte al perfezionamento della qualità.

È opinione diffusa che la creazione e lo sviluppo di un tessuto di aziende agricole mature e diffuse garantirà un futuro post-industriale migliore che, irrimediabilmente, imporrà una maggiore attenzione all’agricoltura di prossimità. E l’Italia – che possiede alcuni fra i suoli agricoli migliori del mondo – non può perdere questa chance. Si tratta di un ritorno al passato?

Per molti giovani si tratta semplicemente di intraprendere nuove sfide. Non serve sognare l’America – o meglio l’Australia – prima bisogna provarci in Italia. Poi si valuteranno quali strade seguire.