La strada per la gloria

Andrea Solimene

Andrea Solimene

Notte calda d’estate. Nessun programma per la serata. Finalmente riesco a rilassarmi un attimo e dedicarmi alla visione di un film che da tempo avevo il desiderio di vedere: Glory Road – Vincere cambia tutto. Una pellicola non recentissima (2006) basata sulla storia vera di un allenatore di basket, Don Haskins, che porta la squadra maschile del college di El Paso, Texas, alla vittoria insperata del titolo NCAA (National Collegiate Athletic Association). Storia emozionante e – per gli amanti della pallacanestro – anche qualcosa in più. È una storia che insegna. È una storia che merita di essere raccontata.

Era il 1966. La squadra di basket di El Paso, realtà con numerose difficoltà sia a livello agonistico sia economico, non aveva in bacheca nessun titolo di rilievo. Per la stagione 1965-66 fu promosso come capo allenatore Don Haskins, padre di 3 figli che in passato aveva allenato e vinto con delle ragazzine al liceo. Poco per sperare in un futuro migliore… Se non per il fatto che fosse una persona dal forte temperamento, credeva nella disciplina e aveva una sfrenata passione per la pallacanestro. Semplice e concreto. Accettò la panchina di El Paso per vincere, senza nessun timore.

La sfida diventò ancora più complessa quando decise di inserire in squadra giovani afroamericani. Erano gli anni Sessanta. Appunto. La mentalità razzista in quel periodo era molto radicata nel contesto sociale, soprattutto nelle regioni del Sud degli Stati Uniti. I Texas Western Miners, nome della squadra del college di El Paso, contavano nella stagione ’66 ben 7 afroamericani e 5 bianchi. Una decisione molto coraggiosa che andava contro molti principi e in contrasto anche con i dirigenti del college causando non poche difficoltà per il prosieguo del campionato. Oltre ai problemi di integrazione sociale, Don Haskins dovette fare i conti anche con i suoi giovani talenti, ancora immaturi e troppo legati alla pallacanestro da strada. Dunque, disciplina, teamwork e concentrazione erano aspetti su cui lavorare. Tutti però venivano da storie complesse e conoscevano il significato della parola sacrificio. Conclusero la regular season con 23 vittorie e una sola sconfitta che permise ai Miners di accedere alle fasi finali della NCAA. Inanellarono una serie di vittorie che garantì loro l’accesso alla finale contro Kentucky, college tra i più titolati e noti dell’epoca. Davide contro Golia. Il finale potete immaginarlo… come una storia a lieto fine, i Miners conquistarono il loro primo titolo NCAA e, cosa ancor più clamorosa, facendo giocare solo gli afroamericani. Una decisione condivisa con la squadra e un rischio preso dal coach Haskins per dimostrare ai numerosi scettici che nello sport il colore non faceva la differenza (fino ad allora si riteneva che il basket al college era solo per i “bianchi”).

La storia dei Miners, oltre ad esser ricordata come uno degli episodi che ha accelerato il processo di integrazione razziale – soprattutto nel basket – rappresenta soprattutto una lezione di vita. Alla base ci sono tutti gli elementi necessari per intraprendere le sfide che quotidianamente affrontiamo: sacrificio, disciplina, determinazione. Per chi ha avuto la fortuna – si proprio così – di giocare a pallacanestro sicuramente comprenderà quanto importanti sono quei tre elementi per la vittoria. Perché? Analizziamoli ripercorrendo alcuni dei momenti chiave del film Glory Road.

Sacrificio. È l’elemento base per emergere e coltivare un sogno. I giovani collegiali afroamericani di El Paso provenivano da altri stati del Nord America e conducevano una vita tormentata: chi lavorava già da anni per aiutare le economie della propria famiglia, chi aveva perso i familiari, chi non riusciva ad integrarsi nella società. Situazioni poco piacevoli ma tutte legate da un unico comune denominatore: l’amore per il basket. Trascorrevano notti intere nei playground per giocare a basket con il sogno di farlo per il resto della propria vita. Il verbo “mollare” non era contemplato nel loro dizionario. Passione.

Disciplina. È ciò che uno sport insegna. Regole da rispettare per crescere non solo tecnicamente, ma anche, e soprattutto, caratterialmente. Coach Don Haskins sin da subito impostò allenamenti duri senza privilegiare nessuno e inculcando nelle teste dei collegiali, ancora immaturi e prossimi più a uno “stato selvaggio”, lo spirito di squadra e il lavoro in collaborazione, necessario per vincere. Le vittorie conquistate arrivarono perché il gioco espresso era quasi orchestrale, e coinvolgeva i 12 ragazzi della Texas Western che a turno garantivano il loro prezioso contributo. L’organizzazione del gioco è uno dei segreti per il successo: rispetto dei ruoli, comprensione delle priorità e responsabilizzazione. Giocare di squadra significa vincere. Organizzazione.

Determinazione. E ciò che permette di fare la differenza – talento a parte – nei momenti decisivi. Essere determinati significa aver chiari gli obiettivi e, soprattutto, capire qual è la strada migliore per raggiungerli: elasticità mentale, ossia la capacità di adattarsi alle diverse situazioni. Questo è quello che è successo in occasione di una delle partite fondamentali per accedere alla fase finale del torneo di NCAA. I Miners erano in difficoltà e gli schemi di coach Haskins non consentivano di contrastare adeguatamente la squadra avversaria. Fu il playmaker che chiese al coach di lasciarli esprime il proprio basket: quello che avevano imparato da piccoli e migliorato con il lavoro in palestra. Grazie alla capacità di comprendere le complessità e alla determinazione dell’intera squadra, si riuscì a cambiare l’andamento della partita. Non sempre bisogna rispettare gli schemi. Ma serve conoscerli. Perché solo conoscendoli si ha la consapevolezza di poter uscirne fuori e cambiare gli scenari. Visione.

La storia dei Miners ha dimostrato come un piccolo college americano è riuscito a sconfiggere rivali più forti, ma soprattutto pregiudizi e concezioni radicate nella cultura del basket statunitense. Dal 1966 in poi molti più ragazzi di colore ebbero la possibilità di accedere al college e avere delle borse di studio. Chi sosteneva che il basket fosse uno sport di bianchi si è dovuto ricredere presto. Non ci sono differenze in campo, soprattutto se si lavora su sacrificio, disciplina e determinazione. Così nel basket come nella vita.

Come disse coach Haskins in uno dei time-out decisivi per la vittoria finale incoraggiando i suoi giocatori: “Qui non ci vuole talento, ci vuole cuore. Quindi dovete andare lì e prendervelo!”. Non ci sono limiti. Siamo noi che li vediamo e li riteniamo insormontabili.

(immagine di Tsevis)