Scienza, salute e tecnologia. Proxentia

Salina-Giavazzi

Giavazzi-Salina

L’innovazione passa per i laboratori, per i brevetti, per lo studio, la disciplina e la capacità di mettere tutto in prospettiva. Proxentia è una startup milanese, uno spin-off dell’Università degli Studi di Milano, che prova a fare tutto questo. Ne parliamo con i due fondatori, Matteo Salina e Fabio Giavazzi, rispettivamente biotecnologo e fisico.

Matteo, Fabio, raccontateci la vostra storia; come è iniziata la vostra avventura?

M: Nasce il tutto da un progetto di ricerca. Io avevo iniziato il mio dottorato in biotecnologie e Fabio il suo post doc, quando ci siamo trovati insieme a lavorare su un progetto che all’epoca era allo stato iniziale e che mirava a sfruttare le speciali proprietà ottiche di alcune nanoparticelle, semilavorato di una produzione industriale chimica; lo abbiamo portato avanti fino a realizzare una tecnologia nuova, che è stata brevettata e che è in grado di rilevare determinate molecole in fluidi acquosi. Qui è nata l’idea di associare un prodotto.

Cosa fa il prodotto? Come funziona?

F: Si tratta di una piattaforma per la rilevazione rapida di contaminanti all’interno dei prodotti delle filiere dell’agroalimentare. Abbiamo realizzato un prototipo con l’hardware di uno smartphone, che funziona da lettore ottico, e alcune cartucce monouso. Nelle cartucce, dove va inserito il campione da analizzare, c’è il chip che permette la rilevazione ottica della composizione del campione. Il tutto è pensato per eseguire test che riguardano la sicurezza in ambito agro-alimentare: ricerca di contaminanti, tossine, patogeni all’interno di prodotti quali latte, vino, succhi, lavorati della farina…  Il tutto con la prerogativa della rapidità e della semplicità.

Come è nata l’idea?

F: All’inizio, siamo partiti da un materiale plastico trasparente, con delle particolarità ottiche particolari che veniva studiato nel nostro laboratorio in esperimenti sulla diffusione della luce. Alcune prove ci hanno fatto capire che poteva essere utilizzato come biosensore, ovvero come elemento in grado di rivelare molecole di interesse biologico. Una volta messo a fuoco il principio, abbiamo iniziato a lavorare sull’apparato di misura, sul device, cercando di rendere il tutto il più possibile semplice e maneggevole.

Tutto ciò è stato possibile grazie allo sviluppo parallelo di alcune tecnologie.

M: Assolutamente sì. Basti pensare che, quando abbiamo sviluppato la nostra tecnologia, avevamo uno strumento abbastanza complesso con dei componenti molto ingombranti. Poi ci siamo resi conto che avevamo in tasca tutto ciò che ci serviva per realizzare un prototipo. E così, usiamo la telecamera, la luce LED e chiaramente la capacità di analisi che ogni smartphone offre.

Si parla spesso male della ricerca in Italia. Com’è la vita del ricercatore nel nostro Paese? Quali difficoltà incontrate o avete incontrato finora?

F: Un aspetto che è certamente vero è la limitatezza delle risorse; con questo si fa i conti quotidianamente. Ma, a differenza di quanto non si pensi, nella mia esperienza, il merito conta: le persone molto brave alla fine riescono a portare avanti, anche senza “appoggi”, progetti, idee, esperimenti, raggiungendo importanti risultati sia personali che professionali. Questo credo sia particolarmente vero nel campo di ricerca nel quale lavoro dove, non essendo necessari enormi strutture, o apparecchiature costosissime, o il coinvolgimento di un gran numero di persone, finiscono per contare di più le buone idee e la costanza nel metterle in atto.

L’imprenditoria può essere una via di fuga da questa carenza di risorse?

M: Per noi l’imprenditoria è stata un’occasione, non un ripiego. Dopo circa dieci anni di studi, il lavoro sulle nanoparticelle aveva bisogno, per poter proseguire, di divenire un prodotto, di trovare una concretezza. Il passo necessario era quello di provare a creare una startup e vedere se questa tecnologia potesse veramente finire sul mercato.

F: Onestamente, almeno nel breve termine, è molto più facile “tirare a campare” facendo il ricercatore che non l’imprenditore. Le probabilità di successo per una startup ad alto contenuto innovativo sono talmente basse che di sicuro non vale la pena di provarci “tanto per”: è una strada che non può essere vissuta come un ripiego semplicemente perché non funziona.

Qual è il vostro mercato di riferimento, oggi?

M: Come dicevamo il prodotto è una piattaforma per la diagnostica nel settore alimentare per cui ci rivolgiamo alla filiera dell’agroalimentare nella quale ci sono molteplici step di controllo che sono estremamente importanti per le aziende ma soprattutto per i clienti finali.  Non è solo un problema di controllo ma anche di standard di qualità del prodotto.

Lato investimenti, invece, come vi state muovendo?

F: Abbiamo partecipato a numerose iniziative:  Business Plan Competition, concorsi per Startup… : si tratta di occasioni di visibilità nelle quali si racconta il proprio lavoro di fronte ad una platea eterogenea di investitori istituzionali e non, a volte anche con qualche operatore del settore specifico. Partendo dagli incontri che abbiamo avuto in queste occasioni, abbiamo parlato e stiamo parlando con alcuni investitori. Anche tra i potenziali clienti e operatori del settore abbiamo trovato alcuni potenziali business angel con i quali abbiamo avviato un dialogo.

Cosa c’è nel futuro diProxentia?

M: Noi ci siamo rivolti al settore dell’agrofood perché partivamo da una tecnologia specifica e questo settore aveva delle esigenze che noi potevamo soddisfare. In realtà pensiamo che questa tecnologia possa avere altri sviluppi potenziali come ad esempio la veterinaria o, più ambiziosamente, quello della diagnostica umana.