La rivincita degli artigiani inizia dalla stampante 3D

Andrea Solimene

Andrea Solimene

E se un giorno ognuno di noi fosse in grado di creare qualsiasi tipo di oggetto in casa propria? E se fossimo noi a progettarli su misura secondo le nostre preferenze? E se invece volessimo riprodurne altri già esistenti, solo per il gusto di avere un doppione? Inutile farsi troppe domande, perché oramai è realtà! Non è fantascienza. Piuttosto è fantascienza farlo capire a mia nonna, che ancora si meraviglia quando faccio delle videochiamate su Skype. È la stampante 3D, la novità assoluta che rivoluzionerà l’industria della produzione di oggetti.

Mai come in questo caso l’espressione “la tecnologia ha fatto passi da giganti” risulta essere adatta. La stampa 3D – o anche 3D printing – non è altro che l’evoluzione della stampa 2D a cui siamo abituati noi: stampa d’inchiostro su foglio. La differenza è il passaggio da creazione di documenti a quella di oggetti. Come? In due “semplici” step. Prima avviene la creazione di un modello digitale sviluppato in CAD (sistemi di progettazione assistita) o scansionato attraverso determinate apparecchiature laser, successivamente si ha l’aggregazione attraverso la sovrapposizione di strati di polimeri condensati di varia natura che, infine, generano la materia solida richiesta. Praticamente una stampante che stampa oggetti anziché fogli. Tramite la stampa 3D è possibile dunque produrre qualsiasi cosa, basta solo pensarla. I campi di applicazione sono vastissimi e l’intero settore dell’industria è in fermento: come internet ha rivoluzionato l’accesso all’informazione e il modo di comunicare, così la stampa tridimensionale presto cambierà il concetto di manufactoring.

Il processo di contaminazione è davvero massiccio e in costante crescita, ma per ora questa tecnologia è ancora per pochi. Limite? Sicuramente i prezzi elevati, anche se è da evidenziare che nel giro di un anno, sono calati notevolmente. Adesso una stampante 3D montata o in kit può essere acquistata a poco più di mille euro, anche se quelle professionali partono da 5.000 fino a 100 mila euro. A tal proposito si sta muovendo l’infaticabile community open source per dare al mercato una stampante 3D Low Cost in grado di competere con i marchi più noti, grazie allo sviluppo del progetto inglese noto col nome di RepRap (abbreviazione di Replicating Rapid Prototyper).

L’Internet of things, neologismo utilizzato per descrivere l’estensione di Internet al mondo delle cose, presto apparterrà anche alle persone e non solo alle grandi aziende. “Gli atomi sono i nuovi bit” – disse Chris Anderson nel 2010, allora direttore della rivista WIRED. Cosa significava? Semplicemente che la rivoluzione del digitale si stava spostando verso il mondo fisico, quello degli atomi. Impensabile vero? Adesso tutto ciò è realtà, grazie anche all’affascinante cultura dei Maker, una comunità di persone che sfrutta la tecnologia per cambiare le regole del “fai da te”. Un movimento, quello dei cosiddetti makers, nato di recente (2009) a New York e capace di estendere la dimensione digitale oltre i confini grazie a hacker appassionati di robotica e Lego (si proprio i Lego).

Sicuramente vivremo presto uno dei momenti storici più emozionanti di questa “Terza Rivoluzione Industriale” che segnerà molto probabilmente un ritorno al passato: la rivincita degli artigiani. Immaginiamo che presto la diffusione della stampante 3D avrà raggiunto un livello interessante da far percepire all’intera umanità le potenzialità e le opportunità di business che racchiude. I sistemi produttivi ad alto contenuto tecnologico tremano.

Tempo fa lessi in un articolo “il futuro è l’artigianato: il lavoro non si cerca, si crea”. La crisi ha messo a dura prova molti principi cardine su cui è stato fondato l’intero sistema economico italiano mostrando le numerose lacune e incompatibilità con gli attuali scenari. Reinventarsi e adattarsi sono i verbi più gettonati tra coloro che sono alla ricerca di nuove opportunità lavorative, e mai come in questo momento storico, ci sono le possibilità per emergere. Si è sempre ritenuto necessario investire esclusivamente in ricerca senza considerare l’artigianato e le professioni manuali, viste piuttosto come retaggio del passato. Siamo arrivati al punto in cui lo sviluppo della tecnologia richiede il giusto binomio tra intelletto e manualità: l’artigiano moderno ha l’occasione di scrivere nuovamente le pagine della storia economica italiana. Una storia che ha portato il marchio Made in Italy al successo. Si pensi solo al settore della moda che, grazie all’artigianato, è riuscito a farsi conoscere ad alti livelli in tutto il mondo.

Le imprese artigiane costituiscono da sempre un importante fattore di crescita economica dell’intera Europa. Secondo dati elaborati dal Ministero dello Sviluppo Economico l’artigianato italiano rappresenta per il nostro Paese il 12,5% del valore aggiunto nazionale al netto dell’agricoltura, stimato intorno ai 150 miliardi di euro, con il maggior contributo – in termini di ricchezza – proveniente dal Nord Est (circa 31,7% del totale). Le stime mostrano una certa vocazione imprenditoriale verso l’artigianato vista l’incidenza delle imprese artigiane sulla popolazione nazionale (24 imprese per 1000 abitanti).

Tuttavia l’ultimo decennio si è caratterizzato per una particolare avversione nei confronti dei mestieri manuali a vantaggio delle carriere professionali scientifiche. Bisogna far riscoprire agli italiani, e soprattutto alle nuove generazioni, il lavoro manuale. Purtroppo nel tempo si è commesso l’errore nel separare il sapere manuale da quello accademico. Adesso è arrivato il momento di colmare questo gap sfruttando l’evoluzione della tecnologia.

Oramai è parere diffuso la necessità di rivalutare l’artigianato, da troppo tempo abbandonato a se stesso, per poter essere più competitivi sui mercati internazionali. L’artigianato deve esser visto come una risorsa ad alto valore aggiunto in cui le competenze pratiche a quelle teoriche trovano la giusta miscela.

Assisteremo presto alla trasformazione dell’artigiano in imprenditore. Forse un fenomeno già visto in Italia che ha portato al successo numerosi brand italiani nel mondo. L’Italia non ha nulla da invidiare alla cultura dei maker statunitensi, considerati i precursori. Il legame tra tecnologia digitale e settore manifatturiero c’è già. Occorre crederci e investire. Non è solo una rivoluzione industriale. È una rivoluzione culturale che può partire dalle quattro mura in cui viviamo.