Rischiare è sinonimo di intraprendere non di fallire

Andrea Solimene

Andrea Solimene

“Ho sbagliato più di 9000 tiri nella mia carriera. Ho perso quasi 300 partite. 26 volte, mi hanno dato la fiducia per fare il tiro vincente dell’ultimo secondo e ho sbagliato. Ho fallito più e più e più volte nella mia vita. È per questo che ho avuto successo”. Così Michael Jordan, il più forte e famoso cestista della storia del basket, rispose a un’intervista dopo il suo terzo, e ultimo, addio alla NBA. Il campione americano è ora fonte di ispirazione per molti ragazzini che si avvicinano al basket. La sua canotta numero 23 dei Chicago Bulls, squadra con cui ha vinto diversi trofei, è la più ambita e ricercata. La sua storia è ricca di vittorie, aneddoti, sacrifici, ma è caratterizzata anche da sconfitte e delusioni. Un uomo che è diventato leggenda del basket per un semplice motivo: non si è mai tirato indietro davanti alle sfide e opportunità che gli si sono presentate.

Nella vita – comune – ognuno di noi si trova dinanzi a scelte importanti, che incidono in maniera diversa sul nostro futuro. L’interrogativo più comune è: agire o riflettere? Istinto o ragione. Spesso le persone passano troppo tempo a pensare senza mai rischiare. Atychiphobia. Paura di sbagliare. Teorizzata dallo psicologo della Standford University John Atkinson, il quale negli anni ’60 effettuò diversi  esperimenti sui bambini per testare la loro motivazione dinanzi a un compito da portare a termine. Il risultato fu abbastanza chiaro. Notò che i bambini assumevano due atteggiamenti opposti: alcuni spinti dal “need for achievement” si focalizzavano sul compiere l’attività, altri, spaventati dall’errore preferivano evitare l’umiliazione pubblica. La paura di sbagliare gioca un ruolo chiave nelle decisioni e spesso rappresenta un ostacolo duro da superare.

Numerose possono essere le motivazioni di tale atteggiamento. Assenza di autostima, personalità debole, mancanza di obiettivi o incertezza. Purtroppo quello che non riusciamo ad accettare, e comprendere, è una delle lezioni più antiche che le nostre maestre di scuola ci ripetevano alle elementari: “sbagliando si impara”. Sbagliare fa parte del percorso di vita, ma forse la paura di farlo ci spinge a non agire. Nel processo di crescita è normale avere delle sconfitte, difficile è accettarle.

“Tutto ciò che gli esseri umani hanno appreso lo devono grazie all’esperienza di tentativi ed errori successivi nel tempo. Gli esseri umani hanno imparato solo sbagliando”. Lo dice anche Richard Buckminster Fuller, personaggio eclettico dello scorso secolo. Un parere illustre visto che nella sua vita è stato inventore, scrittore, designer, filosofo e professore alla Southern Illinois University, oltre che conduttore televisivo. Per usare un eufemismo: non si è mai tirato indietro nel far qualcosa confrontandosi in diversi campi.

Tuttavia, molto spesso la paura di sbagliare si configura con la paura di fallire. Il fallimento è temuto non solo per le conseguenze giuridiche ma anche per quelle sociali: oltre alle procedure giudiziarie che riguardano effetti personali e patrimoniali, l’insuccesso si ripercuote sulla famiglia, in maniera importante per le società di persone, e sulla vita personale, generando depressione e sconforto. L’etichetta del fallito crea una condizione psicologica con cui è difficile convivere.

In un’economia dove la bancarotta è limitata al 4-6%, è essenziale offrire una seconda chance agli imprenditori (onesti) che hanno visto fallire le loro attività. Numerosi studi confermano che i secondi tentativi sono più proficui e creano maggiore occupazione, in quanto gli imprenditori (onesti e intelligenti) riescono a focalizzarsi sulle lesson learnt e stimare meglio i rischi.

Da quando è stato varato il Decreto Crescita 2.0 lo scorso anno dal Ministro dello Sviluppo Economico ed è stata introdotta nel gergo comune la parola “startup”, qualcosa è cambiato nel tessuto imprenditoriale italiano, a partire dall’atteggiamento nei confronti del fallimento. Forse perché il fenomeno startup, che tanto sta spingendo la voglia di ripartenza economica italiana, ha molte sfumature a stelle e strisce nell’approccio imprenditoriale. Anche se negli Stati Uniti il fallimento è visto come un’esperienza negativa, allo stesso tempo viene percepito come un’occasione per apprendere dagli errori e migliorare. Nella cultura statunitense è molto radicata la convinzione per cui se cadi hai sempre l’opportunità di ripartire e ricostruire. Una delle regole base della Silicon Valley può essere riassunta nella frase “se non hai alle spalle almeno un fallimento, non potrai essere un imprenditore di successo”.

Un fallimento non può considerarsi tale se non vi è la possibilità di imparare dagli errori commessi. In tal caso bisogna parlare di esperienza e non di fallimento. L’UE ha recentemente avviato un processo di semplificazione e snellimento delle procedure fallimentari per andare incontro ai numerosi imprenditori onesti che, per via di situazioni economiche congiunturali o investimenti errati, hanno difficoltà nel ripartire.

Il poeta americano George Woodberry scrisse “non è la sconfitta il peggior fallimento. Il peggior fallimento è non avere tentato”.Molti startupper hanno la voglia di uscire dalla “cosiddetta” zona di comfort e intraprendere nuove sfide. Dimostrano di avere coraggio, oltre a talento, passione e idee da sperimentare. L’Italia intera non può restare immobile di fronte a questo fenomeno. Il Governo ha almeno il dovere di ascoltare la community di giovani imprenditori. Il momento giusto per cambiare è adesso, senza paura di sbagliare.