Il Parlamentorio

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

L’Italia non è solo il paese dove‘l si suona, ma è diventato il Paese dove risiede il più grande Parlamento del mondo. Non per  il numero esagerato di Deputati e Senatori che occupa gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama svolgendo i medesimi compiti istituzionali ma per il fatto che negli ultimi 25 anni il Parlamento si è allargato in maniera smisurata fino a comprendere la grande maggioranza di italiani. I principali responsabili della mutazione genetica che coinvolge politici e gente comune, sono i talk show televisivi, le trasmissioni radiofoniche e il modello di comunicazione adottato dai conduttori con cui mettono i politici alla berlina, ed essi reagiscono in modo buffonesco per essere all’altezza di chi li sfotte sottolineando comicamente le loro inadeguatezze.

Spogliato della veste carismatica di chi è stato eletto, più per volontà del capo partito che dal popolo, il politico della seconda repubblica ama confondersi con la gente comune, ne adotta il linguaggio, gli liscia il pelo per il verso giusto nelle piazze virtuali allestite dai conduttori un po’ sciamani e un po’ scaltri suggeritori di tendenze politiche che per i servizi offerti riescono a farsi mandare in Parlamento dove possono maturare una nuova pensione. Le piazze virtuali, i salotti televisivi, i bar radiofonici,  sono nient’altro che un grande parlamentorio, neologismo che unisce parlamento con parlatorio, dove il lato peggiore della classe politica, quello della chiacchiera inconcludente, si incontra con il vizio tutto italiano di confondere il dire con il fare.

La politica italiana ha impoverito il linguaggio, banalizzato i problemi, allontanato tentativi di soluzioni che comportassero scelte in cui una parte vince qualcosa e l’altra lo perde. I politici hanno  assunto linguaggio e comportamenti esteriori simili  a quelli delle macchiette inventate dai comici per deriderli, mentre il pubblico ha scoperto che l’urlo di guerra “vaff…”  di Grillo è più potente di quello di Munch. La dialettica politica è diventata un tiro al bersaglio e nel parlamentorio si scatenano tutte le sere i migliori tiratori scelti delle fazioni che lanciano ammonimenti e minacce per dichiarare ai fedeli che non li hanno abbandonati, e che governano con  l’avversario non perché vanno d’amore e  d’accordo ma per l’interesse supremo del Paese. Un’altra poderosa balla. Hanno paura di un ulteriore travaso di voti a Grillo.

La semina di parole magiche è un’antica abitudine dei politici italiani che hanno sempre guardato al particulare, (clan, tribù, territorio), chi per fare il verso al sindacato chi per farlo alle professioni, piuttosto che sorvolare con lo sguardo l’intera nazione. Ma in questi 20 anni le cose sono peggiorate, vieppiù sollecitando la fantasia dei loro fedeli con promesse impossibili e assecondando l’osceno schema dei sondaggi che, da analisi dei trend sociodemografici sono diventati strumenti di consenso e di elaborazione delle piattaforme elettorali in omaggio al paradigma “il nostro compito è di capire  ciò che vuole la nostra gente”. In apparenza sembra una scelta logica e razionale, perfino ovvia. Troppo ovvia.

Le grandi aziende che fanno sondaggi e ricerche di mercato per capire quali prodotti offrire ai consumatori fanno scelte di buon senso; scimmiottarle chiedendo ai cittadini cosa desiderano dalla politica significa soltanto essere inadeguati al ruolo di guidare il Paese. Ora i nodi son venuti al pettine; i partiti che si sono sempre contrapposti sono costretti a bere il calice amaro di condividere le responsabilità delle scelte di governo. Gli italiani osservano, c’è chi si domanda come sia possibile un comportamento così audacemente contro natura, altri sono solo costernati, c’è chi è  compiaciuto e speranzoso (pochi), taluni gridano il loro rancore nel parlamentorio delle televisioni, altri con il supporto dei media che enfatizzano ogni alito del Grande Nemico trasformandolo in un rutto di scherno, preparano tranelli per vedere il governo cadere nella polvere. Ma i tanti motivi per soccombere sono altrettanti motivi per durare. Quello di Letta  sarà un governo che durerà a lungo perché è tenuto in vita da un collante formidabile: la paura.