Somministrazione di lavoro: l’ennesimo chiarimento

Rossana Lonero

Rossana Lonero

Lavoro in somministrazione e lavoro a termine seguono regole proprie e diverse tra loro. E’ quanto, volendo racchiuderlo in un aforisma, emerge dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea dell’11 aprile u.s. (Causa n. C-290/2012).

Il Giudice comunitario, richiesto dal Giudice del lavoro di Napoli, pronuncia sull’annosa questione se anche al rapporto trilatero di lavoro in somministrazione (o, quantomeno, al rapporto di lavoro tra agenzia e lavoratore) debbano applicarsi le regole, comunitarie e nazionali, del lavoro a termine “diretto” tra datore di lavoro e lavoratore.

La vicenda, da cui la domanda pregiudiziale trae origine, riguarda un lavoratore assunto da un’agenzia di somministrazione con 3 contratti di lavoro, ciascuno separato dall’altro da un solo giorno di interruzione, allo scopo di assolvere alle esigenze dell’utilizzatore. Il lavoratore, ritenendo le causali non rispondenti ai presupposti di legge, richiede la costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato direttamente in capo all’utilizzatore, secondo l’ormai consueto schema di impugnazione dei contratti di somministrazione.

Nella risoluzione della questione, ancora una volta, il Giudice italiano si interroga non soltanto sull’applicabilità o meno delle norme sul contratto a termine alla somministrazione, ma sulla stessa ratio del lavoro somministrato, “dimentico” del suo schema triangolare e delle più complesse ragioni che ne giustificano l’utilizzo.

Il Giudice comunitario, in primo luogo, chiarisce che i rapporti di lavoro a tempo determinato di un lavoratore interinale messo a disposizione di un’impresa utilizzatrice da un’agenzia per il lavoro  non rientrano nell’ambito di applicazione della Direttiva 1999/70/CE (relativa all’Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato), cui l’Italia ha dato attuazione con il d.lgs. n. 368/2001.

Di conseguenza, i limiti alla reiterazione dei contratti a tempo determinato, la cui violazione comporta il diritto alla assunzione a tempo indeterminato in capo al lavoratore, non si applicano “né al rapporto di lavoro a tempo determinato tra un lavoratore interinale e un’agenzia di lavoro interinale né al rapporto di lavoro a tempo determinato tra tale lavoratore e un’impresa utilizzatrice”.

Ma il Giudice precisa anche che tale esclusione “riguarda il lavoratore interinale in quanto tale, e non l’uno o l’altro dei suoi rapporti di lavoro, con la conseguenza che tanto il suo rapporto di lavoro con l’agenzia di lavoro interinale quanto quello sorto con l’azienda utilizzatrice esulano dall’ambito di applicazione di tale accordo quadro (…).”

La somministrazione, come ribadito dal Giudice comunitario, “costituisce una costruzione complessa e specifica del diritto del lavoro che implica (…) un duplice rapporto di lavoro tra, da un lato, l’agenzia di lavoro interinale e il lavoratore interinale, e, dall’altro, quest’ultimo e l’impresa utilizzatrice, nonché un rapporto di somministrazione tra l’agenzia di lavoro interinale e l’impresa utilizzatrice. Orbene, l’accordo quadro non contiene disposizioni vertenti su questi aspetti specifici.”

La sentenza della Corte consacra un principio, di fatto già presente nel nostro Ordinamento, troppo spesso (ostinatamente?) ignorato dai Giudici nazionali, che hanno di frequente accomunato e confuso le due tipologie contrattuali, a partire, ad esempio, dall’interpretazione delle ragioni che ne giustificano il ricorso. L’auspicio è che la sentenza possa contribuire a restituire al lavoro somministrato la sua identità ed a vederne riconosciute le proprie caratteristiche e potenzialità.

  • ludovico

    la somministrazione comporta dopo piu anni la trasformazione al contratto indeterminato…