Basta fingere

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Nel Paese in cui il teatro dell’arte ha solide fondamenta, la finzione è una radicata abitudine che spesso ci fa immaginare la realtà disegnata per soddisfare i nostri i desideri. Stiamo fingendo che il quadro economico negativo dei primi mesi dell’anno migliorerà nel secondo semestre per poi diventare positivo l’anno seguente. Son tre anni che ci prendiamo in giro, che ce la raccontiamo e ce la cantiamo. Le fonti ufficiali da cui il governo, la confindustria, i sindacati, i blogger specializzati in economia e finanza, rilevano dati e informazioni, sono concordi nel prevedere nel 2013 una  diminuzione del prodotto interno lordo situata in una forbice fra l’1,50% e il 2%. Nel 2014 ci sarà un miglioramento dello 0,50%. Sono le stesse previsioni riportate nella primavera del 2010, 2011 e nel 2012. I fatti si sono incaricati di smentirle. La situazione in cui versa il nostro sistema economico è molto grave e fingere  non produrrebbe altro che aggiungere  una nota di grottesco. Breve riepilogo.

La crisi di sistema ha avuto una gestazione di tre anni; dal 2005 al 2007, dominati dagli imbrogli delle cosiddette banche d’affari che hanno venduto montagne di prodotti finanziari derivati (ecco come si spiega questo termine) da obbligazioni garantite da mutui che le banche avevano offerto a clienti insolventi. Li hanno denominati CDO ed erano semplicemente carta nobilitata con due A e triple A, generosamente assicurate dalle agenzie di rating. Dopo l’esplosione della bomba finanziaria nel 2008, le banche, leccandosi le ferite, si son scoperte fragili, e per prima cosa hanno interrotto il credito alle imprese. In pratica hanno messo la missione fuori dalle porte di sicurezza accontentandosi di offrire servizi in concorrenza con i CAF. In  Italia tale fenomeno che dura da 4 anni, nonostante la BCE abbia prestato denaro alle banche a tassi irrisori, è uno dei responsabili della mancata crescita. Senza crescita niente cambiamento. Ma c’è dell’altro. Il denaro è il combustibile ma se il motore non funziona le imprese sono fritte.

Ciò che non funziona più è il nostro modello di capitalismo che ha raggiunto il punto di rottura e di non ritorno, perché  basato sul concetto di Megastato, quindi uno stato grasso, grosso, ingombrante,  che si nutre di tasse e gabelle. L’effetto si può riassumere in un semplice schemino: Megastato significa più tasse quindi meno denaro da spendere e meno acquisti delle persone significa minori vendite delle aziende e meno lavoro delle imprese significa meno investimenti e meno investimenti significa minor attenzione alla qualità e alla innovazione di prodotti e servizi e senza innovazione i prezzi al consumo son destinati a scendere. Una deflazione temperata che non si fermerà fino a quando l’economia di mercato  si sarà riposizionata sui livelli del potere d’acquisto degli italiani che è in costante decrescita da parecchi anni.

Tutti i mercati presentano trend negativi: dalla prenotazione delle vacanze alla sedie a sdraio sulle spiagge, dai consumi alimentari a quelli voluttuari, dall’acquisto di abitazioni all’acquisto di cucine e  automobili. I suicidi di imprenditori sfiniti dalla mancanza di credito non fanno più notizia. Però sindacalisti e ragazzini stralunati di sinistra e seguaci del comico continuano a strillare innovazione come se fosse possibile innovare senza denari e senza mercato. Si parla a vanvera di innovazione perché suggestionati dalla grande finzione di recitare la parte di vivere in un paese ricco. Ma l’unica innovazione possibile  sarebbe riportare il livello dei prezzi a quello adeguato al potere d’acquisto, pertanto tagliarli del 20-30 %, ma lasciando intatta la tasca dei lavoratori. Come? Nell’ordine: primo deregulation burocratica e politica, secondo accorpamento di funzioni statali e territoriali, terzo gestire le ricchezze del territorio con modalità premianti in base al raggiungimento degli obiettivi,  quarto utilizzare le organizzazioni sociali no profit  per la gestione del welfare.

Non bisogna dar retta ai dati che ci informano di quanto siamo ricchi grazie alla casa di proprietà posseduta dall’80% degli italiani. In maggioranza sono case agricole, appartamenti di classe infima il cui valore continua a scendere. Chi oggi prova a vendere la casa capisce subito da che parte tira il vento.  E non val la pena di continuare a fingere di possedere ricchezza quando si hanno le toppe al sedere; a Napoli direbbero che non è cosa.

  • roberto

    Tutto vero, grosso modo sono le cose da fare.
    Fino a poche settimane fa sarebbero state illusorie buone intenzioni, roba da persone intelligenti, raziocinanti, quindi roba irrealizzabile qui da noi dove tali doti, che pure esistono, non emergono in politica dove blocchi contrapposti hanno da sempre impedito tutto ciò.
    In queste ore il nostro sistema politico appare immerso in una confusione totale.
    Ma c’è un fatto positivo che nessuno ha sottolineato: il risultato delle ultime votazioni segna, finalmente, LA FINE (dopo più di sessant’anni) DEL DOPOGUERRA il cui pessimo clima ha pesantemente condizionato l’Italia per troppo tempo.
    Evviva !!!
    I vecchi comunisti, cattocomunisti, e accessori vari entrano finalmente nella storia. E non se ne parli più.
    Probabilmente inizia solo oggi la seconda repubblica, in cui le ideologie spariscono rispetto alle giuste cose da fare. Almeno speriamo.