Innovazione, i principi attivi

Stefano Magliole

Stefano Magliole

Premi all’innovazione, bandi sull’innovazione, startup innovative…. l’innovazione è sulla bocca di tutti ma nella testa di pochi. Anche il nostro blog, da quest’anno, ha iniziato ad affrontare l’argomento. Ma non per unirci al coro o per essere alla moda. Abbiamo deciso di parlare di innovazione perché solo il reale e profondo cambiamento di processi, modi di pensare, contesti di azione, ci permetterà di uscire da questa crisi in cui siamo piombati.

La reale innovazione è la medicina che dobbiamo assumere. E, in questo caso, non ci sono soluzioni da banco più economiche; i nostri investimenti devono andare nella giusta direzione altrimenti saranno sprecati.

E allora bisogna individuare i principi attivi di questa medicina, le direzioni verso cui investire. Per fare questo ripartiamo da Bloomberg, il prestigioso network che attraverso diversi canali fornisce informazioni e approfondimenti sul mondo dell’economia in generale.

Ogni anno Bloomberg stila una classifica dei Paesi più innovativi. L’Italia nel 2012? Ventiquattresima. Il podio è guadagnato, in ordine, da Stati Uniti, Corea del Sud e Germania. Come viene stilata questa classifica? Quali sono gli elementi ed i dati su cui si basa il risultato di ogni singolo Paese? Ad un’analisi dettagliata, ci accorgiamo che questi 7 fattori possono essere considerati i  nostri 7 principi attivi:

- Un 20% di investimenti in Ricerca e Sviluppo in percentuale sul PIL

- Un 20% di produttività (PIL per occupato per ore lavorate)

- Un 20% di densità di aziende innovative (solo aziende quotate) tra cui energia, tecnologia, meccanica e IT

- Un 20% di concentrazione di ricercatori (ricercatori su milioni di persone)

Questi i primi quattro ingredienti, quelli che pesano maggiormente per la nostra cura. Ed il restante 20%?

- Un 10% di capacità industriale (percentuale dei settori manifatturiero, estrattivo e utilities sul PIL)

- Un 5% dal livello di istruzione (iscritti e laureati in materie scientifiche)

- Un 5% di brevettazione (richieste di brevetto in relazione alla popolazione ad alla spesa per Ricerca e Sviluppo)

Quindi, riassumendo, ricerca, produttività, ingegneria, industria, università e brevetti sono le parole chiave di questo percorso. Il miglior risultato del nostro Paese è il diciannovesimo posto nell’indice di produttività. Il peggiore è il cinquantaseisimo posto nel livello di istruzione.

In un precedente articolo, mi ero soffermato sull’idea che sta prendendo forma nelle regioni italiane: associare l’innovazione al digitale ed all’uso di internet per snellire i processi burocratici. A questo punto, con questi dati, ci rendiamo conto di quanto quest’idea sia profondamente superficiale ed incapace di dare una spinta alla ripresa economica. Ma mettere la Pubblica Amministrazione sul banco degli imputati è altrettanto superficiale. Perché ci deve essere una spinta collettiva, privata e personale verso uno sviluppo reale e concreto. Ribadisco, l’e-governance va benissimo ma non è assolutamente sufficiente.

Il caos politico che stiamo vivendo da qualche mese certamente non semplifica le cose; migliaia di imprese sono bloccate nei loro processi, e non solo per i ritardi nei pagamenti della PA. Ma, prendendo, in prestito un famoso titolo de Il Sole 24 Ore a caratteri cubitali, “FATE PRESTO”. Perché non siamo ancora allo stadio terminale ma solo un buon ricostituente sarà in grado di rimetterci in piedi. Buonismi e vie di mezzo, in questo caso, non ci saranno utili; i danni di un medico pietoso li conosciamo tutti.