Startup e innovazione: la confusione italiana

Andrea Solimene

Andrea Solimene

A settembre dello scorso anno, la Task Force sulle startup istituita qualche mese prima dal Ministro dello Sviluppo Economico, introduce il concetto di startup all’interno del report dal titolo “Restart Italia – Perché dobbiamo ripartire dai giovani, dall’innovazione, dalla nuova impresa”. Il documento racchiude le proposte mosse dal Ministro Passera, dal gruppo di lavoro e da numerosi giovani, docenti, imprenditori ed esperti in materia di startup. Si fornisce una definizione di “startup” elencando i vari criteri e requisiti affinché un’impresa possa ritenersi tale e facendo esplicito riferimento all’oggetto sociale: sviluppo di prodotti o servizi innovativi, ad alto valore tecnologico. Tale criterio è misurato a partire dalle spese per R&S, oppure dalle qualifiche del personale, oppure da un eventuale legame con l’università.

Questa affermazione fa intuire che il concetto di startup, tema trattato già qualche articolo fa, è strettamente connesso al settore della tecnologia.

All’interno dello stesso documento, nella sezione dedicata alla definizione, si afferma: “intuitivamente sappiamo riconoscere una startup. Sappiamo riconoscere quando quella che abbiamo davanti è un’impresa di costituzione recente, che ha come scopo lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di un bene o servizio nato come risultato di una ricerca, o che impiega comunque nella propria attività un forte tasso di innovazione. Così come sappiamo che le startup non appartengono solo al mondo digitale, ma nascono in tutti i settori produttivi, compresi quelli tradizionali”.

Quindi cosa significa? Che dobbiamo far leva sul nostro intuito per riconoscere una startup? Una startup si può ritenere tale solo se ha come oggetto sociale lo sviluppo di alto valore di innovazione tecnologica o anche se appartiene ad altri settori industriali? A questa domanda la Task Force risponde fornendo le linee guida e i parametri per “riconoscere l’innovazione tecnologica e quindi le “vere” startup”. Questo fa pensare che esistano anche le “non vere” startup.

Questo dilemma è stato superato, seppure parzialmente e in maniera solo letteraria, dall’introduzione, nella recente Legge 221 del 17.12.2012 di conversione del Decreto Crescita 2.0 che riprende gran parte dei temi trattati dal rapporto stilato dalla Task Force del Ministro dello Sviluppo Economico, del concetto di “startup innovativa” che sostituisce quello di startup. Si è deciso di fare chiarezza definendo i confini d’azione già dal nome stesso.

Se il problema è stato risolto a livello letterario, non è ancora chiaro a livello concettuale. Difatti è diffusa la convinzione secondo cui, quando si parla di startup, si parla inevitabilmente di un’impresa innovativa e coinvolta in settori a impatto tecnologico. Affermazione vera, ma non del tutto, che comporta una riflessione sulla natura stessa del termine.

Innanzitutto la confusione nasce a livello europeo, visto che non esiste una definizione unica di startup o comunque non si vuole accettare la più semplice di tutte: impresa in fase di avvio attività. Un concetto economico che prescinde dalla presenza o meno di tecnologia.

Ma se da un lato il concetto può essere motivo di incertezza e confusione, dall’altro può esser considerato innovativo (relativamente) e di grande valore all’interno del tessuto imprenditoriale italiano ancora vincolato al concetto di fare impresa secondo logiche poco adatte all’attuale contesto competitivo.

Difatti, il termine startup è divenuto sinonimo di sfida, tecnologia, successo e crescita; tutti valori su cui vuole scommettere l’Italia, un Paese che, nonostante una grande storia di innovazione alle spalle, non ha saputo poi alimentare quel processo evolutivo che ha permesso a molti brand di farsi conoscere nel mondo e diventar leader di settore.

Le startup vengono percepite, quindi, come qualcosa di nuovo e diverso rispetto allo scenario imprenditoriale italiano e per questo sono considerate innovative. E questo può essere il presupposto cardine per avviare un processo di cambiamento culturale e di rinnovamento delle nostre infrastrutture, materiali e immateriali, istituzioni ed amministrazioni. Perché ciò che veramente conta è rendere l’Italia un Paese più ospitale per le nuove imprese che, chiamiamole come meglio crediamo, sono e saranno un fattore di crescita dell’economia e dell’occupazione, soprattutto giovanile.