Alla ricerca della vera innovazione

Andrea Solimene

Andrea Solimene

Tutti noi nell’acquisto di un prodotto ci siamo trovati ad affrontare la complessa scelta tra un prodotto “collaudato”, che gode di una garanzia di affidabilità sancita dalle vendite e dal mercato, e uno “nuovo”, considerato tecnologicamente innovativo ma ancora poco diffuso. Il dilemma del “collaudato” e del “nuovo” si verifica sia nel piccolo, ad esempio nell’acquisto di un detersivo o di uno smartphone, sia in dimensioni più estese, ad esempio nell’acquisto di un automobile o di una casa. Questo dilemma si genera grazie a un semplice fenomeno: l’innovazione, intesa nella sua accezione originale del termine, ossia introduzione di qualcosa di nuovo.

Innovare significa “alterare l’ordine delle cose stabilite per fare cose nuove” e l’innovazione non è altro che l’azione che permette di creare un cambiamento, più o meno dirompente – solitamente in positivo – dei modi e degli schemi che caratterizzano un determinato stato. Tutto ciò, inevitabilmente, si riflette sul comportamento dell’essere umano.

La cosa strana, per non dire “buffa”, è che l’uomo non accetta mai di buon grado il cambiamento, generato dall’innovazione che egli stesso ha creato. Possiamo riassumere in concetto con l’immagine di cane che si rincorre la coda.

Il rapporto con il cambiamento si connota per una grande percentuale di avversione e negazione, avvalorata principalmente dall’esistenza di preconcetti, regole, supposizioni e altro che spingono a preferire lo stato attuale delle cose piuttosto che il rischio e la prova di qualcosa di nuovo. Chi più, chi meno, è alla continua ricerca dell’innovazione ma è avverso al cambiamento.

Tale fenomeno si riflette anche nella realtà aziendale e rischia di rappresentare una vera patologia. Le aziende, sempre pronte a osannare l’innovazione, sono spesso limitate dalla propria natura, dalla propria struttura, dalla burocrazia e dalle regole dettate dai fondatori. Si tratta di una realtà, ancora legata all’impostazione tayloristica, (F. Taylor è considerato uno dei padri fondatori dell’organizzazione aziendale e manageriale), basata su elementi chiave quali il controllo, la precisione, la stabilità, la disciplina e l’affidabilità, che rischia di non evolversi con gli scenari attuali. In un mondo che cambia rapidamente, dalla digitalizzazione alla socializzazione, come è possibile basarsi ancora su concetti che hanno oltre 90 anni e che non si sono mai evoluti? Come è possibile innovare usando un’impostazione obsoleta?

Qualcuno potrebbe ribadire che l’innovazione non si genera grazie a un’impostazione aziendale, ma sono le persone che la creano, con le loro caratteristiche e personalità. Perfetto. Tuttavia, l’apparato del management moderno obbliga gli esseri umani, per natura irritabili, caparbi e tendenzialmente indipendenti a conformarsi a regole e standard aziendali per la gestione delle attività (ritorna l’immagine del cane che si rincorre la coda). I manager vengono selezionati, formati e ricompensati per la capacità di mantenere lo status quo, operando in modo più efficiente. Nessuno si aspetta che siano degli innovatori. Non vengono pagati per assumersi un rischio, ma piuttosto per evitarli. Come è possibile parlare di innovazione se nessuno vuole prendersi dei rischi?

Il tema dell’innovazione, dunque, è molto complesso e non si limita solo alla tecnologia. Parlare di innovazione significa cambiare il modo di pensare, agire, svolgere un lavoro, e liberarsi da quelle catene che non hanno più motivo di esistere, perché vincolanti nel processo di evoluzione del management. Conoscete la storia di Apple? È un esempio di cambiamento e innovazione, non solo tecnologica, ma anche concettuale.

Steve Wozniak, cofondatore di Apple, negli anni ’70 aveva il desiderio di creare un computer migliore di quelli esistenti, adatto per un uso personale e domestico: un obiettivo rivoluzionario e folle in quanto, a quei tempi, i computer erano destinati esclusivamente a un utilizzo aziendale. Si confrontò con i vertici della Hewlett-Packard (HP), società leader nel settore informatico in cui lavorava, per proporre l’idea, ma la risposta del suo manager fu: “Nessuno acquisterebbe mai un personal computer”. Wozniak, continuò per la sua strada, aveva Steve Jobs come partner. Il resto è a tutti noi noto. Apple ha introdotto un nuovo modo di pensare e concepire la tecnologia. Ha soprattutto creato una nuova filosofia e stile di vita per cui il possesso di un prodotto Apple, sia esso un computer, un ipod o un iphone, significa acquisire uno status symbol. L’innovazione va oltre la tecnologia, l’innovazione è nel modo di pensare le cose. L’innovazione è nelle persone, perché limitarle? L’innovazione introduce il cambiamento. Perché non seguirlo?

  • http://www.quriio.us quriio.us

    Articolo molto interessante Andrea! E’ una riflessione che si avvicina molto a quella che ha fatto la nostra Federica sul blog di quriio.us, parlando di innovazione per le PMI non solo ICT. Dagli uno sguardo e facci sapere che ne pensi: blog.quriio.us

    • Andrea

      Grazie per la segnalazione. Interessante anche la riflessione fatta da Federica. Siamo cittadini di un Paese che ha fatto la storia dell’innovazione. Non siamo stati capaci di alimentarla, ora tocca cambiare registro e ricominciare a creare valore!