L’epoca delle startup

Era lo scorso aprile quando, alla ricerca di nuovi stimoli professionali, decisi di imbattermi in una delle più grandi sfide dell’uomo dell’ultimo millennio: la ricerca di nuove opportunità lavorative. Stavo valutando la possibilità di fare qualcosa di diverso dalla solita routine, volevo lavorare per qualcosa in cui credevo fermamente e finalmente risvegliare il mio istinto creativo, volevo gestire il mio tempo e dedicarlo alle mie passioni. Nel frattempo avevo sviluppato una mezza idea ma era rimasta lì… troppo ambiziosa. Poi un giorno mio padre mi spinse a fare una chiacchierata con una business manager di un grande gruppo bancario appassionata ed esperta di social media e startup che mi aiutò a decidere le sorti del mio futuro prossimo. 

Andrea Solimene

Andrea Solimene

Da lì è iniziato il mio interesse verso il mondo delle startup. Fino ad allora avevo lavorato in una società di consulenza, anche essa in fase di startup, che offriva servizi di consulenza strategica e organizzativa ad altre startup. Ma cosa significa “startup”? Facciamo chiarezza su questo termine che rischia di diventare inflazionato ancor prima di essere compreso in Italia.

Per Startup si intende la fase di avvio di un’iniziativa d’impresa, quindi l’insieme di quelle attività e operazioni necessarie per avviare un business. Niente di particolarmente innovativo. Il termine è sempre esistito nel gergo imprenditoriale, abbiamo solo assistito al passaggio da “sto avviando un’impresa” a “sto creando una startup”. Il significato è praticamente lo stesso, cambiano solo i termini utilizzati. Tuttavia, secondo la dottrina manageriale, un’impresa orbita nella fase iniziale, appunto fase di startup, per circa tre anni. Proprio per questo motivo c’è molta confusione sulla definizione di startup anche tra gli addetti ai lavori ai quali il percorso di crescita che porta la trasformazione di una startup in un’impresa consolidata è ancora un territorio grigio.

In realtà “creare una startup” va oltre la mera costituzione di un’impresa, è qualcosa che si avvicina a una filosofia, a uno status, a uno stile di vita molto vicino alla cultura americana. Si, come sempre ci sono gli americani di mezzo. Probabilmente perché la prima vera startup creata è stata proprio l’America che è riuscita a sviluppare nelle persone una mentalità intraprendente, creativa e mai arrendevole. Le tre caratteristiche che connotano lo startupper, diventato ormai sinonimo di imprenditore.

In verità le startup in Italia, come nel Vecchio Continente, sono sempre esistite, ma il mito (nonostante sia una realtà più che consolidata) della Silicon Valley è penetrato intensamente nel nostro tessuto imprenditoriale. L’obiettivo è quello di cambiare, innovare, creare una nuova generazione di imprenditori che siano protagonisti del cambiamento. Molti accostano il termine startup a una moda passeggera, in realtà è un fenomeno che sta progressivamente entrando nella quotidianità di tutti noi, al punto tale da costituire uno dei temi fondanti dell’Agenda Digitale che ha avviato il processo di reale digitalizzazione del nostro Paese.

Un fenomeno accompagnato dalla creazione di un ecosistema, ancora giovane e immaturo per definirsi completo, ma intraprendente e pieno di buoni propositi. L’ecosistema di startup italiano, non ancora paragonabile a quello statunitense o israeliano per caratteristiche e volumi, si sta gradualmente estendendo: incubatori, acceleratori, investitori, media, governo e altri attori stanno contribuendo alla nascita di startup made in Italy che ambiscono a diventare realtà innovative oltre i confini nazionali.

Tutto ciò grazie alle nuove generazioni, i cosiddetti nativi digitali, nati e cresciuti nel periodo di massima estensione del web – conosciuto come Internet of Things – che stanno diffondendo un nuovo modo di vedere le cose, forse stufi di quanto è stato fatto, ben poco,  dall’Italia negli ultimi 20 anni. Il desiderio di ripartire, di mettersi in gioco, di credere in qualcosa di ambizioso: tutti valori di una generazione che sta vivendo un periodo di crisi quasi esistenziale. Forse perché il lavoro non c’è, allora bisogna inventarselo! Quindi perché vedere la crisi come un punto d’arrivo e declino e non un punto di ripartenza? La crisi può realmente essere l’occasione per innovare, partendo dalla figura e l’essenza dell’imprenditore, tanto vicino a quello descritto nel codice civile all’art. 2082 e accostato al concetto di fare impresa familiare secondo un’impostazione tayloristica, quanto lontano dal mondo in cui viviamo. Forse definirsi startupper non è solo un modo diverso di chiamarsi.