Il paradosso del lavoro

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Lavoro qui, lavoro lĂ , lavoro su, lavoro giĂą; tutti lo cercano, tutti lo vogliono, un lavoro di qualitĂ , di qualitĂ .

E’ sufficiente sostituire qualche parola al monologo di Figaro e abbiamo messo in musica le aspirazioni neglette di giovani e meno giovani.

Di lavoro ne parlano i partiti che promettono di creare posti di lavoro con ricette miracolistiche. In nessuna parte del mondo i partiti hanno la presunzione, come accade in Italia, di creare il lavoro con le leggi. I partiti  sono associazioni di privati che, nel nostro Paese,  cercano di far eleggere nelle migliaia di cariche pubbliche che hanno generato dal dopoguerra in poi, politici di carriera, ex dipendenti della pubblica amministrazione,  avvocati e ogni sorta di professionisti, ex pubblici ministeri,  giornalisti, ex insegnanti, ex sindacalisti, parenti stretti dei leader e loro amici,  figli, nipoti, mogli, di persone conosciute e magari decedute, con alone di eroismo. Tutte persone che alla domanda come si crea il lavoro risponderebbero dicendo che il lavoro è un diritto sancito dalla costituzione, pertanto nasce in Parlamento.

Di lavoro ne parlano i sindacalisti e con arcigna sicumera fanno le barricate ogni volta che bisogna difendere i posti di lavoro, anche quelli che sono già scomparsi, anziché motivare i lavoratori ad adeguare le loro competenze alle nuove esigenze delle imprese. Alla domanda come si crea il lavoro risponderebbero che il lavoro lo creano i lavoratori. Difficile trovare, anche nella stampa, chi, terra terra,  ricordi di tanto in tanto come si crea il lavoro, quale ambiente sia ad esso congeniale, e perché talvolta sia necessario perfino distruggerlo.

Il lavoro si crea quando una o più persone costituiscono una società per realizzare e offrire prodotti e servizi ai clienti. Senza clienti, niente lavoro. Sono loro, i clienti, che creano il lavoro. Un principio che vale per tutte organizzazioni: profit, no profit, pubblica amministrazione. Va da sé che il cliente remunera il lavoro acquistandone i prodotti e i servizi, e va da sé che una buona gestione delle risorse economiche e umane rappresenti l’unica garanzia che il lavoro continui a generare lavoro.

Il nostro Paese ha sviluppato due grandi aree di attività: quella che ha incorporato nei prodotti  il gusto aristocratico della bellezza, il senso artistico delle forme, la fragranza dell’agroalimentare; è nota e famosa nel mondo come made in Italy. Il new York Times riportava la settimana scorsa un dato strabiliante: i visitatori di Eataly, la formidabile struttura creata da Oscar Farinetti a New york,  hanno raggiunto nel 2012 sette milioni di presenze, ben più del MOMA, della Statua della libertà, dell’Empire State Building, del museo Guggenheim. Un successo mondiale che nessun ministero sarebbe stato capace neppure di immaginare.

L’altra area di grande  lavoro, dove l’ingegno italiano ha mostrato una forte attitudine è quello del me too. Vale a dire, lo fanno gli altri lo facciamo anche noi. O con una strategia di prezzo o con una strategia di qualità, o con il combinato disposto dei due fattori concorrenziali, sono stati sviluppati in Italia un centinaio di distretti industriali matrice di una industria manifatturiera  seconda in Europa solo dopo quella tedesca.

Mentre l’industria che fa riferimento al Made in Italy, ha  ancora tassi di crescita, propiziati dal volano della tradizione italiana, nell’area del me too bisognerà che qualcuno cominci a pensare cosa fare delle imprese e soprattutto delle persone che vi lavorano, quando produzioni analoghe provenienti da ogni parte del mondo invaderanno ( già lo stanno facendo e già si vedono gli effetti) i mercati dove la bassa tecnologia tipica di alcune produzioni  e l’assenza di servizi innovativi, nulla potranno contro gli attacchi concorrenziali di più vivaci imprenditori asiatici, africani, sudamericani,  che in 5, 10 anni sterilizzeranno i mercati con produzioni di basso costo e li  accompagneranno  al declino con clienti e profitti sempre in diminuzione. Sopravviverà chi agirà prima degli altri e sarà capace di  distruggere quei lavori per farli rinascere in modo creativo.

Il quadro  apparirà  in tutta la sua drammatica evidenza nei prossimi due, tre anni. Alla favola che la crisi del 2008 era solo una crisi finanziaria, pochi scialbi individui credono ancora. La crisi è una conseguenza della globalizzazione la quale costringe le aziende a innovare e cambiare. E’ tempo che gli italiani inventino una classe dirigente che sia all’altezza della situazione. Ad essa si chiede di rispondere alle seguenti domande: come si crea il lavoro nell’era dell’economia globale,  quali lavori bisogna distruggere per farli rinascere con nuove competenze, meglio essere i primi a distruggere o gli ultimi a raccogliere le briciole.

Se pensiamo  che a queste domande possano rispondere degli  impiegati regionali o i dirigenti di un ministero, o qualche volonteroso sindacalista, o  i candidati di certe formazioni politiche,  allora smetteremo anche di cantare il monologo di Figaro in versione “ Lavoro”  perché anche la speme ultima dea  ci avrà abbandonato.