Il futuro che verrà

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Non sarà un futuro che potremo festeggiare in allegria, se non invertiremo la tendenza che ha soffocato l’industria dei servizi rendendola grassa, grossa, costosa, e per quanto riguarda la regina dei servizi, la Pubblica amministrazione, inconcludente se non dannosa. Invertire il trend significa che dobbiamo incominciare a risolvere l’annoso problema della produttività del comparto dei servizi per renderlo somigliante, in efficacia e efficienza, all’impresa manifatturiera; la quale ha rotto nel corso degli ultimi 50 anni il modello organizzativo piramidale in favore di un modello più snello e flessibile con il focus centrato sulla produttività, secondo il paradigma: “meno persone – più competenze”.

Se guardiamo alle banche notiamo che, seguendo il ciclo dell’economia, quasi sempre in espansione negli ultimi 20 anni, hanno moltiplicato filiali e personale ma ora, a causa della depressione economica in atto da quasi un lustro e per via degli investimenti tecnologici che hanno reso volatili quelli in sedi e filiali, notiamo che le grandi istituzioni stanno arrivando al capolinea; mancano solo alcune fermate ma già c’è molta ressa di persone sulle porte d’uscita. Si parla per il 2013 di scivoli alla pensione di 5 anni che coinvolgeranno decine di migliaia di dipendenti.

Recentemente la politica nella sua massima rappresentanza ai vertici decisionali ha operato tagli di personale nella pubblica amministrazione, ma già si sta rendendo conto che è stato come svuotare una barca che fa acqua con un cucchiaio.

Vedremo ingrossare le fila di disoccupati e di pensionati come un fiume in piena. Il dilemma è questo: se si migliora l’output utilizzando le tecnologie digitali, il costo complessivo del personale non cambia se non si licenziano le persone  escluse dai processi; in più ci sono gli investimenti tecnologici, che se da una parte migliorano il servizio, dall’altra, con l’economia spenta, sono solo costi molto pesanti, ancorché irrinunciabili. Quindi investire e licenziare? Ecco un binomio che non piacerà alla maggioranza degli italiani perché non sono culturalmente preparati a capirlo, socialmente preparati a gestirlo; oltre al fatto non banale che diventare più poveri non è una prospettiva che possa entusiasmare.

L’errore degli economisti è stato quello di non capire e di non far capire alla classe politica, che si è avventurata al potere in questi 5 anni, che stavamo attraversando una fase simile a quella degli anni ’30 in America. Una crisi strutturale e un ciclo lungo di stagnazione che la politica keynesiana di Roosevelt negli anni ’30 aveva solo in minima parte mitigato perché gli investimenti pubblici erano destinati solo a ridurre la disoccupazione. In dieci anni, a partire dal 1930, il Pil Usa è rimasto praticamente fermo. L’America è uscita dalla crisi con la Seconda guerra Mondiale, grazie ad un formidabile shock industriale allorquando gli investimenti pubblici furono destinati  all’industria bellica che li ha utilizzati  aumentando progressivamente la produttività con il Taylorismo e la formazione continua. In conseguenza di ciò la grande disoccupazione non solo fu riassorbita ma è stata remunerata nei periodi successivi con la produttività.

Domandiamoci allora quale potrà essere il nostro shock  con cui potremo riassorbire grazie alla produttività, la disoccupazione che renderà leggeri e funzionali i servizi, P.A. compresa.

Credo che dovremmo osservare da vicino le economie di mercato dei paesi di recente industrializzazione come la Cina, l’India, il Brasile, la Russia, l’Africa. Questi paesi annunciano la nascita di una nuova era di imprenditori i quali  hanno imparato la lezione e vogliono superare i maestri. Semplicità, visione, chiarezza, espansione costante della rete di scambi, sono i 4 fattori che  li pronosticano temibili avversari, su quelli che un tempo erano i territori di marketing dei nostri imprenditori, i quali stanno perdendo la “fame” oltre la voglia di battersi in quanto hanno un avversario in casa, una burocrazia cieca e ottusa.

Nelle nuove economie di mercato, laddove c’è burocrazia, questa  è un alleato formidabile al servizio della moderna imprenditoria, il cui successo dipende dall’acume degli imprenditori, dalle loro valutazioni del rischio, e dal loro colpo d’occhio con cui prendono decisioni, ma anche dal clima culturale  favorevole allo  sviluppo della rete di  istituzioni pubbliche e private con cui vengono coordinate le informazioni dei mercati e gestite le connessioni con il mondo esterno.

Lo shock di cui abbiamo bisogno è culturale e ci aiuterà a sopravvivere alla discontinuità indotta dalla crisi:  riguarda  le aspettative, i consumi, le abitudini, le certezze che finora ci hanno fatto da guida nel mantenere  il nostro stile di vita  in simbiosi con il  grasso,  grosso e costoso  comparto dei servizi, destinato a diventare più snello. Così  l’organizzazione dello stato e degli enti locali   forniranno  infrastrutture e servizi alle imprese, alle professioni, e ai cittadini better cheaper and faster, ovvero allo stesso modo con cui le imprese devono competere con quelle dei paesi dove sono fiorite le  nuove economie di mercato.

La disoccupazione aumenterà, ma temporaneamente in quanto sarà riassorbita in pochi anni grazie alla maggior  produttività e alle  risorse che si potranno dedicare alla formazione. La quale  non renderà il mondo migliore ma ci allontanerà da quello peggiore.