La rivoluzione della produttività

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Oggi che tutti  invocano la produttività val la pena di rinfrescare la memoria.

La rivoluzione della produttività ha una data precisa, il 1880. Quell’anno un giovane ingegnere americano Frederick Winslow Taylor (1856-1915) iniziò ad analizzare e studiare in che modo  i lavoratori in fabbrica avrebbero potuto realizzare i compiti che  venivano loro assegnati, senza doversi sottoporre a micidiali tour de force minimizzando nel contempo gli infortuni che erano molto frequenti. Erano tempi in  cui contadini senza conoscenza del mestiere venivano imbucati in fabbriche in omaggio ad un unico scopo: produrre. I costi della produzione grazie anche ai salari, erano talmente bassi che non c’era bisogno di aumentare la produttività di ciascun lavoratore, bastava aggiungerne altri. L’idea di Taylor era che tutto il lavoro manuale, specializzato e generico poteva essere studiato e organizzato sottoponendo i lavoratori all’apprendimento di nuove prassi che ne  avrebbero  contenuto gli sforzi nell’ambito delle possibilità di ognuno, e migliorato il rendimento.

Nel subbuglio di quegli anni già si manifestava il forte attrito fra  lavoratori e capitalisti; Taylor pensò  che si sarebbe evitato il conflitto se fosse riuscito a rendere più produttivi gli operai in quanto la maggiore produttività avrebbe loro garantito un salario migliore.

Pubblicò saggi, brevettò  strumenti e macchinari, iniziò un lungo periodo di conferenze e consulenze. Il suo metodo venne introdotto nelle aziende americane in meno di trent’anni e favorì il grande sviluppo industriale del Paese. All’inizio del 900 pubblicò “The Scientific Management”, un testo straordinariamente anticipatore e nel 1905 il molto istruttivo “Shop Management”. Nel 1911 sbalordì il Congresso Americano facendo trovare sui banchi dell’Assemblea il breve saggio “ L’arte di spalare la sabbia”, scritto dopo aver osservato e studiato un’organizzazione  statale che  sciupava tempo e sprecava denaro con mezzi di lavoro inadeguati.

Quasi contemporaneamente alla scomparsa di Taylor,  Ford applica in modo sistematico il metodo formativo e organizzativo taylorista. L’azienda quintuplica la paga oraria degli operai così azzera il costo altissimo del turn over e introduce la catena di montaggio con cui sarà prodotta  la famosa Ford T nera. Il treno della produttività è partito,  il paese diventerà enormemente ricco, nel 1925,  10 anni dopo la scomparsa di Taylor, negli Stati Uniti si conterà 1 auto ogni 4 abitanti. Dal 1911 al 1993 la produttività oraria nei paesi industrializzati aumenterà di 50 volte mentre  le ore lavorate diminuiranno  del 50 % .

 Il Paese che seppe ottenere i  maggiori benefici dal Taylorismo fu indubbiamente il Giappone anche grazie a Edward Deming. Ingegnere, quasi cinquantenne venne paracadutato sul Paese del Sol Levante nel 1948 dall’esercito americano con lo scopo di aiutare i giapponesi a rialzarsi dopo il massacro di Hiroshima. Vi rimase 30 anni, i giapponesi lo onorarono con il Deming Prize. Egli  applicò al Taylorismo il concetto della qualità da cui prese avvio in pompa magna il Total Quality Management, motore del  grande successo della Toyota e del made in Japan.

Negli anni 70 dai semi sparsi dalla conoscenza applicata al lavoro germogliarono nuovi fiori e maturarono i nuovi frutti della terza rivoluzione industriale, quella della conoscenza con le tecnologie informatiche applicate alla organizzazione del lavoro. E’ una svolta epocale. Per 250 anni il lavoro è stato “ hardware “, con la rivoluzione della conoscenza diventa “software” ( mentale). Non più il capitale, non più il lavoro applicato alla produzione, non più  la conoscenza applicata al lavoro ( Taylor), ma la conoscenza applicata alla conoscenza del lavoro è la risorsa che genera maggior produttività e ricchezza.

 Ci sono diversi modi per conseguire maggior produttività. Intanto va detto  che non può più essere ottenuta strizzando i panni degli operai, i quali da anni, sono  inseriti in processi di lavoro ove i tempi sono dettati da automatismi. Bisogna concentrare il focus sulle attività di servizio nelle quali è presente, in Italia, il 60 % dei lavoratori con buste paga ben più pesanti di quelle degli operai. Sveliamo  il mistero per cui negli anni 70 la produttività italiana era superiore a  quella di tutti i paesi industrializzati ed ora è all’ultimo posto. L’impresa manifatturiera ha scontato decennio dopo decennio il continuo aumento di costo del comparto dei servizi che si sono ampliati a dismisura rispetto agli anni 70 mettendo in capo ai costi, benefit contrattuali opulenti,  sprechi, inefficienze e maggiore pressione della burocrazia. La produttività  degli addetti alla manifattura ( il teorico ricavo per ora lavorata)  è  penalizzata dal costo orario dei servizi. Il fenomeno rivela la massima esasperazione nelle aziende che hanno come mercato elettivo quello interno, mentre le aziende  esportatrici sono riuscite negli ultimi 10 anni a tenere testa a quelle Francesi e Germaniche, senza  più disporre della valvola competitiva  della lira svalutata. Segno che per queste aziende la produttività non è calata, ma è aumentata e non poco. Per competere sui mercati internazionali, le aziende esportatrici  hanno industrializzato, dove hanno potuto, i processi d’ufficio, in altri casi hanno utilizzato partner esterni  a cui affidare i processi  in outsourcing.

 In luglio il dato relativo alle esportazioni è un bel + 4,5 % con un tendenziale che ci  vede vicini alla Germania in quanto a esportazione pro-capite.

 La ricetta della produttività è duplice e riguarda le imprese che hanno il core business nel mercato italiano; al primo postola il trittico Pubblica Amministrazione,  banche e assicurazioni: si mettano  i costi degli impiegati e dei dirigenti in relazione alle performances, poi, forbice. Ma neppure i tagli saranno sufficienti  se le organizzazioni  non sapranno reinventarsi industrializzando  i processi di lavoro d’ufficio.

Per chi volesse approfondire il fenomeno del Taylorismo raccomando di leggere il bel libro del Prof Riccardo Zuffo, intitolato TAYLOR ed. Cortina.