Noi, servitori volontari

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

La Boétie era amico di Montaigne, di cuore e di mente. A soli 16 anni, ma forse erano 19 o 20, scrisse un libricino che produsse nel grande scrittore dei Saggi una profonda emozione, il  Discorso sulla Servitù Volontaria. Siamo nella seconda metà del 1500 e il giovanissimo scrittore, sociologo in erba della politica, studiava come, nel corso della Storia, i tiranni erano stati capaci di dominare le menti. Un ragazzo di buona famiglia dell’epoca, in genere studiava il latino, imparava a amministrare i possedimenti e sposava una riccona provinciale. Invece La Boétie in forte anticipo sui tempi, studiava il comportamento delle masse e dei loro Principi anche se verosimilmente non conosceva Machiavelli. Secondo lui il mistero della tirannia è profondo quanto quello dell’amore. I tiranni fanno in modo che i cittadini si innamorino di loro e li tengono in uno stato quasi ipnotico. Le folle innamorate e sognanti si concedono volontariamente al tiranno, il quale si sente legittimato a portargli via tutto, anche la vita, magari dichiarando una guerra ai vicini per futili motivi. I tiranni rimuovono dalle menti l’idea di libertà, così chi non l’ha mai goduta non sa cosa sia e vive tranquillamente in stato di servitù volontaria. Il senso del libro di La Boétie ci suggerisce che a noialtri cittadini dell’italico bel paese accade un fenomeno analogo. Noi amiamo la classe politica alias i capi partito e i mandarini al seguito; nonostante tutto li amiamo al punto che la nostra volontà si perde nella loro. Talvolta approfittiamo della loro mensa ricambiando con il nostro voto la ciambella col buco intorno, che riceviamo. Talvolta ci arrabbiamo ma non a sufficienza per riuscire a svegliarci.

Ogni tanto capi e sottocapi si danno il cambio al governo e all’opposizione  così possono festeggiare il nostro rinnovato amore con il bottino dei rimborsi elettorali.

A ben vedere non tutti gli amori sono uguali. Berlusconi al nostro amore ha preferito quello delle Olgettine, Bersani è un esperto in amori senili, Bossi  non lo amiamo più, ma vedrete che prima o poi ameremo quel tappo usato di Maroni, Casini grandi amori replicanti, il molisano non riesco a scriverlo, Vendola, sì anche Vendola, Dio mio come si può amare un tizio di 54 anni con l’orecchino lo sa il Cielo, eppure amiamo anche lui senza arrière pensée, e siamo pronti ad amare Grillo che è come un brùt d’annata: le sue bollicine ti mettono l’acquolina in bocca ma quando l’assaggi ti vien voglia di farti restituire il denaro che hai pagato.

Sissignore, abbiamo amato anche il Prof. Prodi, il Prof. Visco, il Prof. Tremonti,e il Prof. Amato, che ci hanno tosato come silenziose pecorelle alleggerendoci di 700 miliardi di euro; a tanto ammonta il surplus fiscale degli ultimi 20 anni accumulato dal Tesoro. Naturalmente trabocchiamo d’amore per il Prof. Monti che dopo averci spazzolato con una  modalità imparata nelle business school anglosassoni, con cui si riesce ad eliminare anche il più piccolo pelo, ci dice da buon pastore: ora andate pure,  la lana a voi non serve più, l’inverno sarà mite e comunque vadano le cose sappiate che la ripresa è dentro di voi.

Cosa è successo? Siamo un popolo di scettici perché ne abbiamo viste tante; un po’ burloni un po’ fenomeni, un po’ fifoni, talvolta sentimentali ma dentro, dove si nasconde la ripresa intravista dal Prof. Monti, sempre gagliardi, pronti a osare, prendere a pernacchie chi si circonda di retorica salvifica, chi ci circonda di buone maniere ma poi sono i primi a mettersi le dita nel naso quando nessuno li vede, chi ci dice dove andare per dove dobbiamo andare (copyright Totò).

Noi, siamo quei tizi che dal niente creano nuovi consumatori e nuovi mercati, e, nonostante l’avversione a questa parola della signora Merkel, anche in Germania.

Dove sono finiti quei cavalieri che volevano partire per Brussel a dare una lezione ai Belgi e già che erano lì anche ai Francesi? Ah già ora fanno gli speaker. Siamo fermi, impietriti, in adorazione di falsi profeti, che ad onor del vero non sono leader di partito, ma capi di associazioni di privati che hanno preso il posto dei partiti. I partiti, quelli che a volte per non sbagliare scrivevamo con la P maiuscola, non ci sono più. Sono deceduti in due anni: dal 1992 al 1994. Ecco i loro nomi carichi di Storia: Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Socialdemocratico, Partito Repubblicano, Partito Liberale, Movimento Sociale. Nessuno come loro sapeva selezionare la classe dirigente dal basso con lotte non sempre fraterne nelle sezioni e nelle federazioni provinciali. Temprati dalla lotta per il potere nascevano autentici leader che non volevano farsi amare come questi qui. Gran parte di loro erano antipatici. Solo chi pretende che ci si innamori di lui mentre ci tosa, vuole esserci simpatico.

Calato il sipario, sono nate nuove organizzazioni che hanno disboscato foreste, strappato fiori dai giardini per cercare il nome giusto, personalizzato (così dicono i consulenti d’immagine) con il nome del Capo. Poi hanno ricominciato a utilizzare il famigerato nome  partito: quello democratico a sinistra quello delle libertà a destra. Parole vuote. Nessuno sa più cosa significhi realmente questa parola che i Capi e i sottocapi utilizzano ma sono i primi a non crederci. L’antipolitica pret a porter. Senza storia, chi ce l’aveva l’ha rinnegata, son sempre lì a cercare qualche nome nuovo, un orpello grafico, un jingle, una battuta simpatica perché  la loro più grande abilità è quella di farsi amare senza darci in cambio una concreta speranza di liberarci dal cappio che ci hanno messo attorno al collo in questi 20 anni, nessuna realistica  visione del futuro. La verità sempre negata. Ma  noi li amiamo, è patetico lo so, forse è anche ridicolo, non lo nego  ma non dobbiamo nasconderci questa verità. Molto prima di quanto si pensi, ci sveglieremo dal lungo sonno.