Il sorriso d’acciaio de “Il Principe”

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Nessuno s’era accorto, almeno fino a ieri, che siamo tornati al ‘500. A quei tempi l’Italia era divisa in tante città stato e signorie l’una contro l’altra armate: Pisa contro Firenze, Milano contro Brescia, Bologna contro Firenze, e così via, sempre in lotta, facendo e disfacendo alleanze con lo scopo di difendersi da eventuali attacchi da parte del vicino più forte. La paura di cedere alle violenze plasmò nell’animo dei cittadini il senso di appartenenza al loro gonfalone. Talvolta, a dare una mano veniva  chiamato un Re straniero. Carlo V costrinse Firenze ad abbandonare la repubblica e rimettere in gioco i Medici e verso la fine del secolo due terzi dell’Italia era sotto lo straniero e il Vaticano. Machiavelli scriveva e invocava il Principe ma l’esortazione rimase sulla carta. Il ‘500 segnò il passaggio dal grande slancio creativo del Rinascimento ai secoli senza luce e colore che seguirono.

L’Italia di oggi è divisa in tante organizzazioni corporative che hanno il solo scopo di sopravvivere e mascherano con artifizi di varia natura la loro perfetta inutilità. Si fanno rimorchiare, promettendo voti e fedeltà, dalla organizzazione corporativa più potente, il partito o il sindacato: lord protettori di tutti i corporativismi e particolarismi mimetizzati nelle associazioni di categoria e in quelle professionali. Anche nel ‘500 avvenne un fenomeno analogo. Nel mondo del lavoro, le corporazioni in cui erano riunite le botteghe di prodizione, dettavano legge sul costo, sugli orari e soprattutto sulla difesa della categoria dall’ingresso di nuovi artigiani; i prodotti italiani diventarono via via sempre meno competitivi e cominciò il declino. Chi ne trasse grande vantaggio furono i mercanti dei paesi nord europei con in testa la Germania, che avevano riunito 100 città nella Lega Anseatica per proteggere i loro commerci e sostenere i loro artigiani.

Quando il governo tenta di ridimensionare e dove possibile eliminare quelle organizzazioni corporative, pensate alle province, che come parassiti hanno invaso il corpo del Paese, queste corrono ai ripari e, à la guerre comme à la guerre, con l’arma della  comunicazione scaricano  pallettoni tipografici o digitali verso il pubblico, spingono gli animi alla rivolta, alla manifestazione di piazza con lo scopo di generare ascolto nel governo e costringerlo alla Concertazione; quindi a cedere alle organizzazioni corporative il balzello della sopravvivenza grazie al quale potranno esercitare ancora in futuro il potere di controllo/ricatto sui governi.

Il percorso di guerra cui ha accennato ieri il presidente del consiglio e terminato con la dichiarazione che la Concertazione ha creato grandi difficoltà allo sviluppo del paese mette in scena un nuovo spettacolo nel teatro della politica italiana. Il Principe di Machiavelli ha trovato il suo interprete ideale.

Come il Principe del famoso fiorentino, Mario Monti non è stato eletto ma è stato designato. Orrore, non ha ricevuto il mandato a governare dai voti dei cittadini. Che bella notizia, nell’Italia della partitocrazia i rappresentanti del popolo sono i rappresentati di tanti, troppi popoli diversi, ognuno con il proprio appetito che deve essere soddisfatto; senza leadership che coaguli intorno a sé una vera maggioranza che condivida passione, valori e obiettivi, la società politica diventa, in modo quasi naturale una organizzazione di saccheggiatori delle risorse pubbliche, non per arricchirsi ma per sopravvivere felicemente nei “Fori Cadenti” fin quando si sentirà l’acre odore delle “Aspre  Fucine Stridenti”.

Come il Principe di Machiavelli, Mario Monti è arrivato sulla scena quando l’Italia veniva umiliata (novembre 2011) e dopo un anno, ma il Machia non l’aveva previsto, ha restituito con un sorriso d’acciaio, i sorrisi di circostanza e malevolenza dei malmostosi capi di stato di Francia e Germania.

Come il Principe di Machiavelli è metà volpe e metà leone. Usa sempre lo stesso tono di voce, sia per dichiarazioni di guerra che per eventuali dichiarazioni di fiducia per il suo paese (si mimetizza come la volpe); non si arrende e insiste coraggiosamente per ottenere i suoi scopi perché ha la fiducia in se stesso di chi ha forti convinzioni (come il leone che è convinto di essere il re della foresta).

Applausi.