Il bello deve ancora venire

Edward G. Ross

Edward G. Ross

I primi vent’anni servono per crescere, quaranta per lavorare, altri venti per essere felici. Vi parlerò della vostra felicità. Con queste parole un funzionario dell’Inps esordì davanti al pubblico, nei primi anni del 2000,  per la presentazione di un piano di previdenza integrativa. Egli profetizzava una vita lunga  fino a 80 anni di cui gli ultimi 20, senza citare la parola  pensione,  come il periodo della felicità. Tratto da Business Writing, un bel saggio sulla scrittura  di Alessandro Lucchini, il discorsetto del funzionario  è convincente, ma oggi appare un po’ vecchiotto come  i guanti di pizzo, o i divani del salotto con il cellophane per non farli rovinare dai bambini e dal gatto. La semplificazione per scaglioni di età è un contributo del  marketing generazionale  che fa parte della strategia con cui le aziende hanno rappresentato  i prodotti e i servizi studiati ad arte per soddisfare i desideri dei consumatori in quanto i tre stadi dell’esistenza contengono al loro interno numerose nicchie esplorate dai product manager.

Assistiamo da qualche tempo, nelle dinamiche demografiche, di genere ed età, a segnali che, stanno   modificando  sostanzialmente i presupposti su cui si fondava il marketing generazionale.

Il fenomeno demografico di rilievo in Italia riguarda l’invecchiamento della popolazione associato al tasso di natalità più basso del mondo e la convivenza di genitori e figli nella stessa abitazione.

 A causa degli affitti troppo alti in relazione al reddito anche di due persone che lavorano, le giovani coppie non considerano più i figli  il completamento della famiglia; ad essi si pensa in età più adulta, quando però le nuove abitudini contratte senza maternità mettono  la nascita di  un  figlio in secondo piano.

Il fenomeno demografico è accompagnato dai babyboomers che diventano senior espressione felice del mondo latino per indicare lo stato delle persone anziane. I babyboomers più famosi sono  l’ex presidente Clinton e consorte, Bill Gates; in Italia mi viene in mente Giuliano Ferrara, tanto per citare i nomi più conosciuti. Le persone di quella generazione, giunte nell’età felice, propongono una concezione del tutto nuova della vita che rimane loro da vivere: o continuano a lavorano come matti nel loro business, o tornano a studiare, o preparano progetti imprenditoriali, o mettono le loro competenze a disposizione delle attività no profit creando imprese con forte contenuto sociale o insegnano italiano agli stranieri nelle scuole serali del comune, infine quando hanno un po’ di tempo lo dedicano a turno ai pochi nipotini.

Si dice che da vecchi si torna un po’ bambini. Così accade che i babyboomers riscoprano i valori della loro giovinezza, magari un po’ scapestrata ma vitale, avventurosa e un po’ sognatrice, ma, e questo fa la grande differenza con le altre generazioni del passato, con una naturale predisposizione alla cultura e alla conoscenza; due fattori che, da un decennio e oltre, grazie alle tecnologie, sono disponibili anche agli adolescenti. Accade, forse per la prima volta nell’evo moderno, che una intera generazione ( i babyboomers ) alla soglia della pensione condivida aspirazioni, emozioni, e tendenze con gli adolescenti ( i teenagers) e che  i tre stadi della vita: educazione, lavoro, tempo libero, invece di succedersi  a scaglioni rigidi come avveniva in passato, si sovrappongano a età diverse. Ragazzi, imprenditori a 16 anni quasi non fanno più notizia, neppure fa notizia che  in aereo trovi hostess di 70 anni toniche  come ragazzine che intrattengono  i viaggiatori con vigore e professionalità. Cosa unisce il ragazzino imprenditore e la vispissima hostess  L’emancipazione verrebbe da dire ma non solo; fra di loro c’è contiguità di linguaggio e la visione  di una estetica del lavoro, che li mantiene sulla stessa lunghezza d’onda.

L’età dovrà  essere seriamente riconsiderata  da imprenditori, executives, politici, e studiosi dei fenomeni sociali, non solo per la  capacità realizzativa ed economica delle persone,  ma perché fautrice di  un concetto più ampio che abbraccia i desideri, la creatività, il talento, e le competenze educate e raffinate con l’esperienza. Bisogna focalizzare  i paradigmi del futuro e abbandonare il marketing generazionale per  capire il nuovo che avanza e che si trova  dentro di noi. Nuovi modelli di vita sono driver di desideri  e di  nuovi stili di consumo che possono diventare un fattore di traino per far uscire l’economia dalla fase di stagnazione. La nascita di una società intergenerazionale, sta  mettendo  in moto anche  nuove dinamiche politiche. Non credo di sbagliare se fra un paio d’ anni i nomi dei presunti leader che per tanti anni hanno accompagnato  la nostra esistenza con promesse impossibili e misere realizzazioni, ci appariranno come quei nomi sbiaditi e irriconoscibili sul retro delle vecchie foto in bianco e nero, formato cartolina, abbandonate da chissachi in qualche scatolone polveroso.