L’incertezza è la sola cosa di cui possiamo essere sicuri

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Euro va su, no va giù, le aziende licenziano, si ma alcune assumono, la fabbrica dei disoccupati (la cassa integrazione) lavora a pieno ritmo, la Cina fa paura, aumentano i suicidi di chi non ce la fa. L’incertezza è figlia della disinformazione. Prendiamo gli argomenti economici. Oramai di economia se ne parla con tutti: con il portinaio, al bar e, con pochissima cognizione fra un commento di calcio e una filippica contro il sindaco, vengono ripetuti gli slogan ascoltati alla televisione o letti sui quotidiani del mattino, perlopiù media generalisti  poco propensi a sviluppare analisi sulle notizie economiche ricevute dall’Ansa. Notizie spesso incomplete e offerte al pubblico con l’intenzione di meravigliare e sorprendere anche deformandone i contenuti.

In televisione abbondano le interviste a gruppi di persone che hanno perso il lavoro perché l’azienda, o ha diminuito drasticamente il personale, o ha fatto fagotto per stabilirsi altrove.

Mi domando perché non venga mai intervistato un manager o un responsabile dell’impresa che vuol tagliare la corda; si capirebbero le reali motivazioni, se di mercato o se di costi o  altri motivi, che stanno  alla base delle decisioni. E’un comportamento dettato dalla ripetizione di uno stereotipo infantile: quello di dare uno schiaffo a un bambino senza spiegargli razionalmente il motivo. Se si provasse a intervistare un bambino che ha preso una sberla dal padre, senza che ne abbia compreso il motivo, noteremmo la stessa reazione di lamentosa impotenza che manifestano i lavoratori lasciati a casa, per i quali le motivazioni sono nascoste o nei bilanci delle società o in qualche ufficio studi di change strategy. Certo è difficile far parlare un imprenditore in quelle circostanze ma sarebbe vero giornalismo investigativo.

E’ la conoscenza che ci rende responsabili e ci mette nella condizione di capire e di sopravvivere in tempi di incertezza.

Dopo i temi economici, quelli della finanza. Qui le parole dovrebbero essere precise come i numeri. Invece se ne sentono e “vedono di ogni”, come direbbe la gentile e bella consigliere regionale Nicole Minetti. Un giorno la Grecia è su, ovvero è il cemento dell’Euro, e il giorno dopo ci pensa un autorevole personaggio del FMI, o della BCE o della Grosse Koalition di Frau Merkel, a far capire l’esatto contrario, che i greci andranno tutti a fare i pastori. Dimenticano, quei malmostosi del Nord Europa, che parlano di un Paese nella cui capitale c’è piazza Syntagma e solo per questo motivo la Grecia avrebbe diritto a un trattamento di riguardo per rimanere nell’Euro. Quei tempi sono lontani, ma in tutte le scuole serie del mondo si leggono i filosofi greci che ci hanno insegnato a pensare alla vita con la visione della modernità, altro che l’illuminismo e la rivoluzione dei nostri cugini d’oltralpe. Le chiacchiere, le smentite, le dichiarazioni definitive, a cui seguono altre dal tono ancor più ultimativo, generano un’altalena di emozioni che rivelano  nell’andamento sinusoidale dello spread il flusso di adrenalina antidoto dell’incertezza.

La parola spread, che fino a 16 mesi fa, pochi addetti ai lavori sapevano pronunciare correttamente, e un numero ancora inferiore di persone ne conosceva il significato, è diventato il termine  che ricorre maggiormente, sia nelle conversazioni fra amici, che nei commenti dei quotidiani, da quando lo spread a 560 ha mandato a casa il governo Berlusconi. Per questo motivo, per il nuovo governo lo spread, è un incubo. Vuoi che un professore, per di più Bocconiano, chiamato a salvare il Paese proprio dallo spread possa tranquillamente lasciare salire questo maledetto numero, metti caso, oltre i 500 punti? C’è un solo modo “tecnico” nel breve periodo per evitarlo: tasse, e manovre fiscali di aggiustamento, perché i famosi tagli alle spese improduttive, l’eliminazione degli sprechi e così via, sono off limit. Non è colpa di Monti, o della nuova squadra di supertecnici (????)  ingaggiata dal Prof, se si arriverà ad un nulla di fatto; è il sistema diabolico di controlli e di regole che genera il solo mercato florido e sempre in crescita, quello dei ricorsi. Solo con le tasse e l’esattore il sistema Italia ha snellito le pastoie burocratiche e permette rapide incursioni nei portafogli dei cittadini per i quali non c’è ricorso, che tenga lontano la morsa dei pagamenti.

Anche i bambini sanno che il mercato più sofisticato e difficile del mondo è quello dove si scambia carta con denaro; ma se ne parla come se si trattasse della spesa quotidiana al mercato rionale. Una sera su quattro tutti i TG aprono con il titolo terroristico:“ Crollo dei mercati, Milano  è la piazza peggiore, andati in fumo 140 miliardi; vola lo spread”;  dopo quattro giorni gli stessi TG sono invece ottimisti “ Oggi  grande recupero dei listini europei, Milano in testa a tutti, scende lo spread”. Queste docce serali vanno avanti ormai da mesi. Argomenti comprensibili a una piccola minoranza diventano inspiegabili misteri per tutti. Chi opera sui mercati finanziari sa che ogni  transazione finanziaria è una scommessa: chi scommette che una azienda o una Stato andrà in malora, vende anche allo scoperto azioni e titoli di quello Stato; chi invece crede che le cose andranno bene compera. Di questi tempi i motivi per vendere sono superiori rispetto a quelli di comperare, quindi non c’è da essere stupefatti se i mercati finanziari scendono. E quando risalgono, gli improvvisi e isterici rialzi, sono generalmente causati dagli scommettitori che avendo venduto allo scoperto, si ricoprono, acquistando i titoli che non avevano e portano casa il profitto che deriva dalla differenza fra la vendita e l’acquisto.

Che tempi!

 

  • Vittorio Bonerba

    Condivido la puntuale analisi sul clima di incertezza ed isteria con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno ed aggiungo che non si sente (quasi) mai parlare di “soluzioni” per la crescita.
    Ci sono tante aziende in salute che investono in ricerca, sviluippo, capitale umano e cercano ogni giorno di “sbarcare il lunario” considerato che dobbiamo capire una volta per tutte che il mondo (l’economia, la finanza, il commercio, ecc…) è cambiato e continuerà ad evolvere diversamente da quello del pre-crisi.
    Fare i conti con l’incertezza vuol dire vivere con i piedi per terra ma non necessariamente vivere “day by day”…meglio abituarsi!!!