L’impresa creativa

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Neppure ci siamo accorti d’essere passati dalla società della conoscenza alla società della creatività. Son trascorsi 43 anni da quando Peter Drucker scrisse e divulgò la teoria dei Knowledge Worker. Qualche anno più tardi gli studiosi di management si accorsero che le imprese, come le avevano fino allora interpretate, stavano silenziosamente cambiando: le fabbriche riducevano le assunzioni di colletti blu mentre aumentavano con sempre maggior intensità le assunzioni nelle organizzazioni dedicate ai servizi. Dagli anni ’80 la Knowledge society sarebbe diventata nel mondo occidentale la nuova forza economica che avrebbe dato un forte impulso alla creazione di ricchezza. Da allora il Prodotto Interno Lordo è cresciuto con tassi di incremento mai visti negli anni precedenti, nonostante 2 crisi congiunturali, la guerra del Golfo, l’attentato alle torri gemelle e l’ultima avventura Afgano-Irakena. Il totem della società della conoscenza è il Personal Computer, il suo sciamano è Steve Jobs, la sua religione è la globalizzazione, e Internet è il tempio dove vengono officiate le sacre funzioni.

La società della conoscenza è stato lo straordinario facilitatore di sviluppo economico dei paesi Brics e con ogni probabilità sta già svolgendo la stessa funzione nelle realtà Africane e Asiatiche che cercano di agganciare le loro nascenti economie a quelle dei paesi più forti.

La disponibilità a basso costo della conoscenza applicata al lavoro, ha fatto percorrere a quei paesi un secolo e mezzo di esperienze, nello spazio di vent’anni. Il vantaggio per tutti risiede nel fatto che una classe media che oggi si aggira intorno al 12/15% dell’intera popolazione nei Paesi Brics, è destinata a crescere nei prossimi decenni fino diventare maggioritaria. E ciò significa che i consumi intelligenti, sofisticati, raffinati, e le tecnologie per produrli, determineranno una crescente domanda di mercato che i paesi più avanzati si incaricheranno di soddisfare. Cosa ci sarà dopo la crisi del 2008–2015 ?

Dopo sette anni dall’inizio di una così grave caduta dei consumi, (il tempo necessario per una completa riabilitazione dopo la grave malattia) vedremo forse l’inizio del secolo d’oro con 15 anni di ritardo? La demografia socioeconomica direbbe proprio di si. Ma non per tutti, solo i Paesi dell’Euro meglio organizzati e creativi, saranno in grado, con gli Stati Uniti di intercettare quella futura domanda. Solo i Paesi che concepiscono i mercati nella loro dimensione globale, e hanno la consapevolezza che per diventare competitivi non basta più la conoscenza applicata al lavoro, visto che nel tempio delle informazioni possono accedervi tutti; ma diventa essenziale la creatività. Le aziende creative sono sconosciute; sono per più organizzazioni di medie dimensioni, monomercato e monoprodotto, che hanno una caratteristica comune a tutte: sono leader o co-leader a livello mondiale in un segmento di mercato. Inoltre seguono tutte la medesima strategia che si riassume nella completa focalizzazione mentale ed economica dell’imprenditore e del management sul prodotto, sul servizio, sul cliente. Il loro successo è direttamente proporzionale alla capacità di restringere il segmento di mercato sul quale il focus può esprimere tutto il potenziale creativo. Burocrazia zero, sprechi neanche uno, inefficienze sconosciute, impegno corale a fare anche le più piccole cose meglio dei concorrenti, e un solo motto: “ più lavoro che persone”.

Le aziende con tali caratteristiche sono la spina dorsale produttiva del nuovo mondo industriale. In Germania se ne contano 1200, in Italia invece sono solo 200 che lavorano con una ampia filiera di piccole e a volte piccolissime imprese. Fra di esse ci sono i futuri leader o co-leader mondiali. Nel loro sviluppo risiede la futura ricchezza del Paese.

Per crescere hanno bisogno di un ambiente favorevole, in grado di motivare le persone a rimanere sempre focalizzate sul binomio prodotto-cliente. Invece hanno tasse irragionevoli e burocrazia oltre ogni dire che genera enormi perdite di tempo. Tempo, che sarebbe meglio impiegato a conoscere dal vivo i clienti potenziali a New York o a Londra, a Tokio o a Shangai, città che alimentano la creatività grazie a una continua reazione a catena di scoperte e invenzioni copiate e reinventate.

L’impresa italiana ha sempre adeguato la produzione alle necessità, al gusto, al design, alla raffinatezza di chi vive in questo paese, praticamente con il benchmark sottocasa, ma per diventare protagonista nel secolo d’oro, la piccola impresa dovrà personalizzare l’offerta sul cliente di Nuova Dheli, o su quello di San Paolo o di Los Angeles. E senza snaturare il pregio distintivo della sua origine. La sfida della creatività è cominciata già da tempo ma a volte i ritardatari possono godere di qualche vantaggio.