Reazionari unitevi!

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Se pensiamo di cavarcela con la modifica all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, pensata dal Governo, significa che la storia del nostro Paese non ci ha insegnato proprio niente. Altre modifiche che annacqueranno il dispositivo del governo rendendolo inefficace, verranno introdotte con i distingui e i bizantinismi di cui sono capaci i pronipoti del Principe di Salina seduti ai banchi del Parlamento. Sarà un’ulteriore prova che la celebre frase del Gattopardo, che evitiamo di scrivere, dovrebbe apparire come  premessa alle leggi che vengono promulgate, dovrebbe trovare un ampio spazio sulla bandiera italiana al posto di “tengo famiglia” l’icastico slogan la cui paternità è ancora in discussione fra Leo Longanesi ed Ennio Flaiano; ma soprattutto dovrebbe apparire nei  documenti ufficiali dei partiti così da aiutare gli italiani a farsi un’idea a prescindere, quando andranno a votare. Il Parlamento dovrebbe avere sul proprio stemma, per la grande produzione di leggi inutili per non dire dannose che ritardano lo sviluppo del Paese, una frase che commemori il Principe siciliano del Gattopardo, non proprio la stessa che sennò bisognerà pagare i diritti d’autore, ma una sintesi tipo “QUI SI FANNO LEGGI NON RIFORME”

La Riforma del mercato del lavoro approderà al Parlamento per l’approvazione da parte dell’assemblea legislativa e senza decreto legge assisteremo all’arrembaggio dei partiti. C’è già chi ha detto (Bossi, chi altro) che è una controriforma, chi ha azzardato una metafora di guerra (Di Pietro of course) definendo il percorso legislativo un Vietnam parlamentare, chi non sa che pesci pigliare (Bersani) e sarà pescato da Vendola, chi ascolterà la Cei che non avendo alcuna competenza in fatto di lavoro, ha sicuramente le carte in regola per opporsi a una riforma che mette  l’Italia, sullo stesso piano degli altri paesi europei.

E’ stata definita dal Governo una riforma che migliorerà la competitività del Paese. Non dipende dal solito ritardo storico e culturale che la parola competitività non sia gradita agli italiani. E’ il nostro  individualismo che non ci permette di essere competitivi perché abbiamo fatto della furbizia la nostra ideologia. Quando ci confrontiamo con gli altri preferiamo farlo senza che l’altro  se ne accorga evitando una competizione aperta e possibilmente leale. Siamo esperti in sotterfugi.  Facciamo credere all’altro d’essere d’accordo, usiamo blandizie e servilismo per guadagnare la fiducia, infine emuli di Iago risolviamo le questioni nell’impeccabile italian style. L’altro è sempre il nemico che dobbiamo sotterrare con ingiurie e minacce di varia natura. In questi giorni ne abbiamo viste di ogni tipo, sulle magliette in particolare. In politica l’aspetto patologico dell’individualismo sono i tanti gruppi e gruppetti parlamentari che sopravvivono senza dannarsi l’anima a cercar lavoro, grazie alle ricche elemosine dei contributi elettorali. Siamo nella seconda repubblica che avrebbe dovuto definitivamente mandare in pensione la partitocrazia, invece la partogenesi dei partiti ha raggiunto livelli di prolificità mai visti in precedenza. Sarà anche per questo che non c’è gruppo o partito che ci tenga uniti, non c’è stato, nazione, bandiera, che ci emozioni. Salvo gli abitanti delle valli dei gozzi, (ancora un centinaio di anni fa a causa dell’alimentazione povera di sali minerali il gozzo era una patologia diffusa in alcune valli del Nord) dove vivono strani individui con le corna celtiche, che passano le domeniche a sfidarsi con il tiro alla fune e arrampicarsi sull’albero della cuccagna, si riempiono la pancia di costine bruciate e polenta con salsicce, e piangono quando ascoltano con il loro grande Capo il “Va’ pensiero”, con la manona rigorosamente appoggiata sul cuore come fossero in sagrestia. A parte gli scherzi, sono anche simpatici i Celti nostrani, ma ho qualche riserva sui loro capi, autentici esperti in “darla a bere”, maestri della comunicazione popolare, che utilizzano slogan e furbe metafore che esaltano  un individualismo più di maniera che di sostanza. E questo li rende, loro malgrado Italiani DOC 100%.

L’individualismo che si nutre di furbizia non aiuta ad essere competitivi, ma solo a diventare  reazionari nella difesa, costi quel che costi dell’immobilismo. Il dato italiano, che rende la situazione più confusa che in altri paesi, è che i reazionari sono diffusi in modo eguale sia sul pronte politico di destra pertanto è il frutto inacidito della visione conservatrice, che di sinistra, frutto velenoso della rivoluzione alle vongole. Reazionari con licenza di fare i furbi, che pena.

  • roberto

    Gran guaio l’intelligenza in questo paese: essa conduce verso un estraniante pessimismo, che è il sentimento che mi ha preso leggendo questo lucido scritto.
    Una impresa efficiente studia oggi le strategie per il domani, analizza le tendenze, le proietta nel futuro e adegua il presente alle previsioni.
    Il buon governo lavora in anticipo: è avanti con le azioni e davanti con i suoi leaders.
    Noi invece si vivacchia al contrario. Noi siamo da sempre costretti a una rincorsa per un perenne ritardo sulle cose che dovevano essere “fatte prima”.
    Qualsiasi riforma qui va avanti, quando va, con perenne grande fatica, frenata e annacquata da ostacoli politici e sociali che vengono da tutti i fronti. Tali divengono poi riformette anche quando devono intervenire su problemi ormai ineludibili, evidenti e quasi marci.
    Ma chi e dove sono i leader e i partiti in grado di essere avanti e davanti ???
    Finora a questo governo è stato consentito di mettere in campo solo dei rimedi a evidenti negatività, ma se appena prova a introdurre elementi, peraltro minimi, in una logica propositiva, si trova come sempre di fronte tutti i muri e muretti di questo paese.
    E’ così da troppo tempo.
    Qualcuno ricorda ancora tutto il veleno sparso da quelli che “il lavoro è una variabile indipendente e il salario non si tocca” ai tempi della scala mobile ???
    Oggi tutto ciò continua a ripetersi con la cancellazione prodiana della riforma Maroni sulle pensioni, con l’abrogazione referendaria della riforma costituzionale, fino alla cretinata del referendum sull’acqua pubblica.
    Gli attori di tale sub-cultura son sempre gli stessi: sembra che sia essa, la sub-cultura, a generare i propri figli.
    Per caritĂ , l’esperienza ci insegna che anche tali “maestri” poi, ma sempre dopo, ci arrivano anche loro e ammettono di solito i loro errori. Ma ciò accade in una prospettiva che si è fatta ormai solo storica poichè, per tali ammissioni passano in media dieci, quindici anni.
    Tale infatti è in media anche il ritardo del nostro paese nell’affrontare i problemi dove i ritardanti (anche ritardati) continuano a fare peso.
    E noi qui, in attesa di un politico che sappia porsi davanti.
    L’oggi intanto va a farsi benedire.