Imprenditori!

Edward G. Ross

Edward G. Ross

di Edward G. Ross

Recentemente è apparso sulle pagine economiche del Corriere della Sera una lunga intervista al presidente di Borsa Italiana. Cresciuto in Goldman Sachs (titolo onorifico per chiunque osi avvicinarsi al mercato finanziario), espone la teoria che al Paese servirebbero grandi aziende e invita le imprese familiari a quotarsi in Borsa. Piazza Affari non è un obiettivo ma uno strumento per crescere. Le aziende piccole e poco capitalizzate non riescono, in molti settori, a competere nei mercati esteri. La produttività tende a salire con la dimensione delle aziende, imprese piccole possono anche prosperare per un po’, ma poi nella competizione globale tenderanno ad avere difficoltà. Con il suo assetto industriale, l’Italia è debole e se non pone rimedio la debolezza non può che accentuarsi. In sintesi sono le affermazioni dell’ex di Goldman Sachs che mi auguro a nessuno venga in mente di prendere sul serio.

Facciamo un po’ di ripasso. Cos’era l’Italia nella seconda metà dell’800 e fino alla prima guerra mondiale, quando in Francia, Germania, Inghilterra, e Nord Europa si realizzava la seconda rivoluzione industriale? Era un paese di contadini, di analfabeti, di emigranti. Non c’era traccia industriale del made in Italy. Durante il ventennio nacque l’IRI, una invenzione di Mussolini che segnò la politica industriale del nostro Paese sia nel bene che nel male quando l’Italia divenne democratica a causa della sovrintendenza sull’ente dei partiti.

Fu nel secondo dopoguerra, a partire dagli anni ’50 che nel Paese germogliarono le industrie e secondo uno schema che si è ripetuto in molte province. Prendiamo Sassuolo, il distretto della piastrella. A Sassuolo non c’era la  tradizione di questa produzione. Nasce per caso quando un artigiano, viaggiando in Germania scopre le macchine e la tecnologia che già in quel paese si utilizzava per far le piastrelle. Copia, e quando non può compra, e comincia l’attività a Sassuolo, dove altri, intraprendenti come lui faranno la stessa cosa. Ma in Italia c’è qualcosa che non si trova in Germania, è un pubblico acquirente, benché povero, tuttavia raffinato; esso è il primo test della produzione, è la guida degli artigiani che poi diventeranno importanti  imprenditori nei  settori in cui l’estetica di un prodotto è essenziale  come la funzionalità. Il made in Italy è  il gusto  italiano che si rivela nel design ad hoc  per il Primo Acquirente, il più Esigente: l’Italiano

L’Italia industriale nasce tardi rispetto agli altri paesi europei, ma è cresciuta velocemente in meno di 60 anni con il sistema dei distretti che molti ci invidiano. Nel distretto, di solito, ci sono alcune imprese di medie dimensioni per le quali lavorano tante piccole imprese e tanti artigiani, sono outsourcer di qualità che, insieme a grande flessibilità, assicurano ai committenti le produzioni e i servizi necessari. Fra la vasta platea di piccoli imprenditori ci sono i futuri campioni che faranno parte della nuova generazione di medie imprese.

Le imprese di medie dimensioni sono quelle che oggi garantiscono la capacità di esportare simile alla forza d’urto Francese (maggior presenza di grandi organizzazioni e supporto dello Stato con servizi a supporto della internazionalizzazione) e in termini pro quota vicino alla superpotenza tedesca. Sono aziende che non hanno bisogno di quotarsi in borsa. I loro bilanci i loro trend garantiscono l’apporto necessario di capitali. La loro dimensione è probabilmente quella giusta perché questi campioni sono specialisti e sanno che il loro futuro dipende da come sapranno continuare a migliorare il loro prodotto. Sono imprenditori che girano il mondo e se necessario copiano quello che altri fanno meglio, sono tempestivi nelle decisioni e non temono il rischio. Solo aziende di medie dimensioni, con una forte identità e leadership, si adattano e si reinventano quando il mercato richiede nuovi soluzioni. La capacità di adattamento di una piccola e media impresa è enormemente superiore a quella delle grandi organizzazioni dove pullulano manager che spesso ritengono strategie, modelli di business, competenze e valori, come qualcosa di immortale e immodificabile.

Spesso ci capita di parlare con gli imprenditori che con il loro lavoro rendono più ricca la provincia italiana; solo 20 o 30  anni fa erano piccoli artigiani o piccole imprese familiari che lavoravano per quelle nate negli anni ’50 e constatiamo che hanno le stesse caratteristiche degli imprenditori del dopoguerra. Sono leader coraggiosi, capaci di stabilire e perseguire con tenacia obiettivi ambiziosi, focalizzati sul core business anche i sabati e le domeniche perché pensano sempre al loro prodotto come a una loro creatura, scelgono segmenti di mercato specifici e li  presidiano con tecnologie chiave o con servizi strategici di supporto alla produzione, sono ossessionati dalla qualità e dalla cura dei dettagli. A volte sono deboli sul cliente, ma sanno trovare i rimedi necessari, non difettano di orientamento di lungo periodo e hanno un visione globale. Quotare in borsa le medie  imprese con forte connotazione familiare non farà recuperare il ritardo dell’industria italiana, tuttalpiù farà perdere all’imprenditore il controllo della società e il focus sul core business, perché con l’ingresso dei manager cominceranno le diversificazioni di mercato, per fare tanti piccoli colossi dai piedi d’argilla ( come negli Stati Uniti  negli anni 80 ). Per i denari, no problem, c’è la Borsa. S’è visto poi com’è finita l’avventura alla fine del decennio dei junk bond.

Il ritardo dell’economia italiana è storico, il distacco dalle tre potenze europee e dai paesi del Nord Europa è d’antica data, come ci ricorda il Prof. Cipolla nei suoi saggi. Tuttavia oggi siamo una potenza economica che esporta come la Francia e procapite non siamo lontani dalla Germania, due paesi che  a differenza di noialtri si sono fatti le ossa, industrialmente parlando, nell’800. Nel bel libro di Hermann Simon e Danilo Zatta “Aziende Vincenti campioni nascosti del 21° secolo” sono citate oltre 200 campioni della produzione italiana che non sfigurano affatto verso le 1200 della Repubblica Federale di Germania. Spetterà alla prossima (sarà la terza dal dopoguerra) generazione di imprenditori colmare il gap con i tedeschi, e non credo ci sarà bisogno di finanziare le batterie di ventiseienni praticamente senza esperienza assoldati dalle grandi banche d’affari per vendere prodotti finanziari di cui sanno poco o nulla. Se volete farvi  un’idea di cosa siano queste magiche istituzioni come la succitata Goldman e le sue sorelle, vi consiglio di leggere il recente libro di Michel Lewis intitolato “The big short” in Italiano “Il grande scoperto”, sottotitolo La folle scommessa che ha sbancato Wall Street. Molto istruttivo.

  • Gabriele Pillitteri

    E bravo il mio amico Edward, questa volta fa la parte della pulce che si è messa sulla schiena delle medie imprese italiane. Da una famosa citazione di Gary Hamel.