Società muta

di Gabriele Pillitteri

 

“Quello che appresi e mai più ho dimenticato è che sono necessarie sia una comunità nella quale l’individuo ha uno status sociale, sia una società nella quale l’individuo ha una funzione sociale.” Così scriveva Peter Drucker nel saggio: “Una società che funziona”

Indimenticabile Drucker. I tuoi pensieri ci incalzano. Le tue visioni ci guidano. Le tue intuizioni sollecitano idee mai banali. Ci hai spiegato quando, come e perché una società funziona. La nostra è muta quando dovrebbe parlare ed è facinorosa quando dovrebbe stare in silenzio. L’altro giorno è stato mandato in onda su una rete televisiva nazionale un servizio sui lavoratori dipendenti delle cooperative che avevano in appalto le pulizie dei treni notturni adibiti alle lunghe distanze della società Wagon Lits delle FFSS. Fra le altre è stata intervistata una persona dall’accento meridionale che per l’emozione non riusciva a parlare, incespicava su ogni parola. Alla fine si è capito che pur essendo lontano da casa e senza lavoro, ringraziava i suoi compagni e tutti coloro che lo stanno aiutando. Non c’è niente che denoti una grande energia morale più di una persona sconfitta dal destino, che non impreca davanti alla televisione (lo fanno tutti), non si produce in esercizi di retorica applicata alla sue disgrazie; invece ringrazia sorridendo per il poco, ma per lui tantissimo aiuto, che riceve. Eppure questa persona, nella comunità ha lo status di disoccupato e nella società non riveste più alcuna funzione sociale, perché non lavora.

Orami son più di tre mesi che occupano un marciapiede della Stazione Centrale di Milano, senza creare alcun fastidio ai viaggiatori, mentre un lavoratore ancora testimonia la sua disperazione e quella dei colleghi licenziati, dall’alto di una torre vicino alla stazione, sulla quale si è arrampicato dal giorno in cui è stato lasciato a casa. Notizie fresche non ce ne sono. Anche i giornali trascurano ciò che ormai non è più una notizia, salvo riportare una visita di cortesia dell’assessore alla cultura di Milano accompagnato da un paio di esponenti di un gruppo musicale. Un servizio di poche parole solo il who e il what dei visitatori. Immaginiamo qualche promessa generica e l’immancabile solidarietà del Comune. Che lavoratori disoccupati avessero voglia di ascoltare musica e le chiacchiere culturali dell’assessore è difficile da credere ma non del tutto impossibile; però siamo sicuri che avrebbero ascoltato con maggior interesse degli esperti di lavoro che avrebbero potuto raccontare qualcosa circa la loro situazione e il loro futuro. Ma chi dovrebbe parlare in queste circostanze è muto e lascia che questi lavoratori coltivino i loro desideri impossibili come quello di far cambiare idea al management delle ferrovie dello stato o di essere assunti in pianta stabile per qualche lavoro nei servizi accessori ancora da inventare.

Dove sono le istituzioni che hanno ricevuto il mandato dagli elettori di occuparsi dei problemi del lavoro quando il lavoro manca, non quando il lavoro c’è. Dove sono gli staff che sprecano la loro immaginazione inventando i ruoli più inverosimili sui biglietti da visita? Possibile che non abbiano indetto una, due, cinque, dieci riunioni se necessario anche sulla torre, per spiegare la situazione in cui sono immerse queste persone? Per dire cosa dovrebbero fare razionalmente. Per analizzare quali reali possibilità ci potrebbero essere con il wellfare o senza wellfare di superare gli ostacoli fors’anche di natura contrattuale, e soprattutto su chi e cosa riservare attenzione e sforzi, per trovare una soluzione che aiuti queste persone a ritrovare una funzione nella società che solo il lavoro può offrire. Non il posto, non la sedia o la scrivania. E’ ora che si capisca la differenza fra lavoro e posto di lavoro. Il lavoro è il lavoratore che lavora anche quando non ha un posto, perché studia o è aiutato a studiare per analizzare ciò che sa fare, per capire ciò che potrebbe fare e ciò che bisognerebbe saper fare per ottenere il famoso posto. Il quale invece apre e chiude le sue sedie in funzione della competitività con cui le organizzazioni, (quindi i lavoratori) sanno mettere sul mercato i servizi e i beni che producono. La nuova cultura industriale che si sta affermando anche nei servizi indica una strada da seguire del tutto nuova rispetto al passato dove era sufficiente saper fare una mansione per poter lavorare. Non più. Ormai si è affermato il principio che in ogni situazione di lavoro bisogna essere pronti a imparare una nuova mansione. Il lavoro a una dimensione un po’ come l’uomo a una dimensione (c’è sicuramente ancora a spasso qualche vecchio sessantottino che ha amato Marcuse) sono stati mandati in pensione dalla nuova angoscia di non sapere abbastanza, di avere una cultura modesta e approssimativa, di non essere sufficientemente competitivi. Ebbene prepariamoci a convivere con queste angosce con l’unico mezzo che abbiamo a disposizione: la conoscenza applicata al lavoro. E di questo hanno bisogno i nostri amici sul marciapiede della Stazione Centrale di Milano. Hanno bisogno che esperti del mercato del lavoro si occupino di loro, non altri. Hanno bisogno di orientamento e scouting.

Cosa direbbe oggi Peter Drucker, alle persone per avere uno status nella comunità e una funzione nella società? La risposta la diede 30 anni fa, diventare “ Knowledge Worker” (termine inventato da lui nel 1969). Per diventarlo, vorremmo aggiungere: lavoriamo sempre anche quando ci riposiamo, perché è il momento ideale in cui possiamo pensare a noi stessi..