La produttività dipende dal management

di Gabriele Pillitteri

Grandi aperture di quotidiani e notevoli sforzi televisivi per annunciare che le retribuzioni lorde annue dei lavoratori dipendenti italiani sono in fondo alla lista dei paesi europei con 23.406 euro davanti al Portogallo e dietro Cipro (24.775) Spagna (26.316), Grecia (29.160), Austria (33.384), Francia (33.574). Trascuriamo i paesi nordici e i Paesi Bassi che hanno economie non comparabili alla nostra, salvo ricordare il Lussemburgo con 48.914 euro e la Germania con 41.100 euro.

I settori considerati dall’indagine Eurostat sono industria, costruzioni, commercio, servizi per le imprese, i dati risalgono al 2009 e sono accompagnati dal trend degli anni precedenti dove viene evidenziato il forte balzo in avanti delle retribuzioni in Spagna in concomitanza della bolla speculativa dell’edilizia e dei fortissimi aumenti salariali in Grecia con l’introduzione dell’euro.

Se raffrontiamo i costi del lavoro (in questo caso le retribuzioni diventano costi) di questi due paesi con il Pil quindi con la produzione lorda (Spagna 1,369 miliardi di dollari e Grecia 318 miliardi di dollari) che tali costi contribuiscono a creare, si capisce lo stato disastroso delle loro economie e perché la Grecia sia stata costretta dai guardiani dell’Euro a ridurre drasticamente stipendi e pensioni. Ricordiamo che il Pil Italiano è di 1,774 miliardi di dollari + 30 % di quello della Spagna e + 4% procapite.

Ma non sono questi due paesi mediterranei quelli con cui confrontarci. Per numero di abitanti e per la forza della industria dedicata all’esportazione dovremmo confrontarci con la Francia (abbiamo gli stessi numeri) la quale però ha un pil di 2,145 miliardi di dollari +20% dell’ Italia e +8 % procapite. Per sistema produttivo con forte orientamento alla media impresa, dovremmo invece confrontarci con la Germania.

Non ci vuole grande immaginazione a intuire che con questi paesi l’Italia perde ai punti in produttività. Ma tale perdita non riguarda l’impresa dove giornalmente gli imprenditori italiani si confrontano con i colleghi franco–tedeschi per conquistare mercati esteri, riguarda invece la produzione di beni e servizi del mercato interno. La stessa malattia del Giappone degli anni ’90: imbattibile con l’esportazione, pieno di buchi e di inefficienze sul mercato interno che hanno generato un debito pubblico fra i più elevati del mondo. Ma il Giappone è un’isola chiusa in sé, non è come l’Italia la parte di un continente dove la classe dirigente ha continue frequentazioni con i colleghi dei paesi dove l’interscambio commerciale è solido e duraturo, e le attività sociali e politiche sono sull’agenda giornaliera. Basterebbe copiare gli altri per fare meglio a casa nostra.

Il ministro Fornero ha dichiarato che in ”Italia abbiamo salari bassi e un costo del lavoro comparativamente elevato. Un sistema da scardinare soprattutto aumentando la produttività

Abbiamo già scritto di produttività e della mancanza di un adeguato sentiment nei media che ne valorizzerebbe il significato; ora vorremmo riflettere sulle cause tecniche che impediscono il miglioramento continuo e sistematico della produttività, da cui l’impedimento continuo e sistematico del miglioramento delle retribuzioni. Si sa che l’una dipende dall’altro

Ma non dipende dai lavoratori, soprattutto da quelli rappresentati nella fascia di salario della indagine eurostat. La produttività dipende dai processi di lavoro, da come vengono selezionate le competenze, dai programmi di formazione e da come i dipendenti interagiscono con la cultura organizzativa. La produttività dipende dal management. Infatti è eccellente nelle imprese esportatrici, guidate da leader che sanno perseguire importanti obiettivi di crescita, focalizzati sul core business in segmenti di mercato specifici, appassionati al prodotto, ossessionati dalla qualità e dal dettaglio, capaci di responsabilizzare i collaboratori a tutti i livelli. Sono imprenditori che vedono la loro organizzazione come fosse un albero: finché l’albero cresce è in buona salute, rimane giovane, se smette di crescere inizia a morire. Ma questa mentalità non è molto diffusa nelle industrie e soprattutto nei servizi che non si confrontano con la concorrenza sui mercati esteri. Per scardinare il muro della bassa produttività nei settori a domanda autoctona, come vorrebbe fare il ministro Fornero, bisogna privatizzare le diverse migliaia di aziende gestite dagli enti locali, perché la cattiva gestione pubblica ( il pubblico non sa gestire e non è suo compito farlo, dovrebbe invece governare), ha potere inquinante sulle aziende private con cui spesso interagiscono in qualità di clienti. E si sa, chi va con lo zoppo…. Ma non basta. Sarebbe necessario che tutti questi Bocconiani, oggi tanto di moda, prima o poi la smettessero di andare all’estero e si occupassero delle aziende di questo paese. Invece di andare in Procter o in Goldman Sachs, vadano nelle aziende degli acquedotti, rigorosamente privatizzate, di qualche regione del sud, o a fare il controllo di gestione di un ospedale nel Lazio. Altro che Londra o New York. Queste sono le liberalizzazioni di cui abbiamo bisogno, le uniche che possono contribuire ad aumentare la produttività e a formare una nuova classe dirigente.

Per non dimenticarlo e ricordarcelo sempre in tutte le orazioni, dobbiamo dire che se da una parte ci sono salari medi bassi dall’altra, invece, dove domina incontrastata l’Italia corporativa delle professioni e delle tecno burocrazie collegate alla politica, non se la passano tanto male. Grazie al primo governo Prodi e alla sventurata legge Bassanini che ha permesso agli stipendi dei burocrati di volare alto, e grazie alle leggi del fantomatico federalismo (Dio lo abbia in gloria, nel senso che non se ne parli più), che lascia alle regioni il libero arbitrio di fare e disfare stipendi e consulenze, senza che il governo possa intervenire, abbiamo assistito all’assalto sistematico della diligenza, beninteso legalizzato, da parte della nuova classe politica che ha sostituito quella rovinata da Tangentopoli.

 

  • Pubbino

    Stavolta le parole del Dott. Pillitteri mi convincono solo in parte. Non vi è dubbio sul fatto che la diagnosi sia corretta: l’Italia è poco competitiva rispetto alle economie strutturalmente e dimensionalmente più comparabili alla sua soprattutto nel mercato interno, dove il ragionamento per processi non è parte del DNA aziendale. Certamente ila pletora di strutture para/pubbliche non ha aiutato lo sviluppo, però la debolezza del sistema imprenditoriale mi sembra più imponente di quanto non si voglia dire. Si fa un gran parlare di maggiore flessibilità, di articolo 18, senza ricordarsi di come la grande maggioranza delle aziende italiane sia sotto i 15 dipendenti, e che tutti gli indicatori europei collocano il mercato del lavoro tedesco in cima alle classifiche di rigidità per le leggi sul lavoro. Stranamente è anche quello più florido e col minor tasso di disoccupazione. Oltre alla voragine della pubblica amministrazione a mio avviso manca all’Italia una classe imprenditoriale che faccia dell’azienda e non del mero profitto il centro della propria attività. Detta così sembra una banalità ma la sensazione sempre più forte è che questi anni di populismo tardo peronista abbiano solo esaltato azioni di breve o nullo respiro, tese al guadagno, senza alcun freno regolamentare. Questa non è imprenditoria, ma solo lo specchio di una maniera di governare che ci ha portato ai confini della civiltà.

  • vittorio noto

    E’ proprio vero che la ricerca ossessiva dell’aumento della produttività sia la soluzione dei nostri mali e non piuttosto la ricerca di una produttività che produca meno sprechi a tutti i livelli?
    Anche l’ossessiva preoccupazione dei governi di tutti i paesi perchè aumenti il PIL ha a che fare con l’economia reale o solo con la contabilizzazione dell’economia?
    Che dire poi della borsa e del valore delle imprese alla moda, soprattutto americane superquotate rispetto a quelle che hanno migliaia e migliaia di dipendenti? Non c’è una pericolosa distorsione in tutto ciò? Non stiamo preparandoci a qualche disastro a venire?

  • Gabriele Pillitteri

    Il disastro è stato preparato ad iniziare dalla fine degli anni 90. Nonostante l’avvertimento della bolla delle dot com del 2000, si è ciontinuato con il credito facile. E’ successo che, se negli anni precedenti venivano tosati investitori abbienti, con la crisi del 2008, Wall Street ha portato a compimento il disegno di mettere in ginocchio la middle class e ha fatto il più grande colpo della storia finanziaria mondiale facendo soldi con i tanti poveri che possedendo poco denaro sono stati finanziati per comprare casa farci sopra uno o due mutui.Le banche hanno venduto i mutui e Wall Street li ha fatti digerire un pò li e un pò là mentre i poveri Cristi hanno venduto la casa. Cosa vuoi di più. Per un altro disastro bisogna che i poveri abbiano qualcosa che gli si possa portar via.