Produttività, il sentiment che non c’è

di Gabriele Pillitteri

 

 

In occasione di un recente incontro con il presidente della repubblica di Germania, Cristian Wulff, il capo dello stato Napolitano ha affermato che “ la produttività è stagnante da molti anni”ha poi aggiunto che bisogna fare un grande sforzo per far entrare i giovani nel mercato del lavoro con la giusta preparazione”.

E’ la prima volta in Italia, che un presidente della repubblica entra nel vivo di un argomento “ tecnico” generalmente territorio di speculazioni fra specialisti e addetti ai lavori che si confrontano in seminari e riviste specializzate.

Aumentare la produttività è lo scopo di ogni organizzazione: profit, no profit, scuole, università, ospedali, Pubblica Amministrazione, sindacati. In pratica riguarda tutte le attività di beni e servizi,finanziate o con denaro di privati, o con denaro pubblico, gestite dal management a cui è affidata la responsabilità dei risultati con l’uso efficiente delle risorse definite, secondo il classico paradigma del capitalismo come il lavoro, il capitale, la terra, l’energia, l’informazione.

Accrescere la produttività significa ottenere con la stessa quantità di risorse, un risultato qualitativamente o quantitativamente migliore.

Il management dovrebbe essere costantemente impegnato a individuare tecnologie, ingegnerizzare processi, e formare risorse umane per accrescere in termini qualitativi e quantitativi la produttività. Due personalità di grande rilievo hanno questa mentalità, il Capo del Governo e l’Amministratore Delegato della Fiat. Ad essi si è aggiunto, sorprendendo tutti, anche il Capo dello Stato. Forse la massima autorità del Paese è scesa in campo per aiutare il Premer nel suo disperato tentativo di dar vita al Change Italian Habits, di cui ha parlato durante il recente viaggio negli Stati Uniti.

Temiamo che un cambiamento delle abitudini sociali in un paese dove esistono importanti sacche di controcultura che non credono che il benessere sia il risultato del capitalismo e della economia di mercato, di cui la produttività è l’insostituibile motore, ma che credono che la distribuzione della ricchezza debba avvenire a prescindere dalla produzione della medesima, sia di difficile realizzazione. Gli attori di questa improbabile battaglia culturale dovrebbero essere gli esponenti della classe dirigente, coloro che nei loro ruoli sono gli artefici della pubblica opinione, gli unici che hanno il potere di creare il “ sentiment”. Partiti, giornali, radio e tv, professori / insegnanti, associazioni sindacali, confindustria ecc. Lo faranno? Per adesso il discorso del Presidente, che avrebbe potuto stimolare le intelligenze, è caduto quasi nel vuoto.

Però l’Arte di Lavorare non può trascurare questo importante avvenimento. Il Presidente ha parlato al Paese con il linguaggio della concretezza, dicendo “ Che fare” e ha mostrato l’unica e autentica uscita di sicurezza dalla crisi, offrendo una chiave di lettura degna di un profondo conoscitore della realtà industriale, e dello stato disastroso della burocrazia di cui “vede” , avendola sottocasa, gli effetti più perniciosi provocati dalla stagnazione della produttività dei processi amministrativi.

Cos’è la produttività, perché è il motore dell’economia di mercato e perché è la fonte della ricchezza?

Il concetto di produttività del lavoro, costituisce l’essenza della seconda rivoluzione industriale. Da allora, siamo intorno al 1880, fino ad oggi, accrescere la produttività è sempre stato lo spartito con cui le organizzazioni hanno creato i loro motivi di successo.

A cavallo fra 800 e 900, un ingegnere americano di nome Winslow Taylor fu il primo che si occupò della produttività. Misurava lo sforzo che doveva fare il lavoratore per svolgere un determinato compito e inventava le prime norme ergonomiche per l’utilizzo degli attrezzi e delle macchine da lavoro. Gli premeva che i lavoratori potessero lavorare meglio, senza disagi, e senza procurarsi danni fisici. Risultato fu che lavoravano di più e rendevano di più.

Un’applicazione degli studi di Taylor, in parte pubblicati nel suo saggio del 1911, The Scientific Management, fu la catena di montaggio che dal 1911 fece la fortuna della Ford e decretò la nascita dell’industria moderna. Da allora la produttività nei paesi industrializzati è costantemente aumentata e con essa è aumentata la ricchezza, di cui una parte è andata nelle tasche dei lavoratori con cui hanno potuto comprare i beni da loro stessi prodotti. Un fatto mai accaduto prima, che ha completamente rovesciato il paradigma economico marxista, liberando in sua vece i lavoratori dalle famose catene citate nel manifesto del Partito Comunista del 1848. In altre parole e con un po’ di approssimazione è successo che industrializzando i processi con cui artigiani e contadini realizzavano nei secoli precedenti, prodotti e cibi per i nobili, personalizzati e in serie limitate, questi sono diventati accessibili a gran parte della nascente middle class e a coloro che li producono.

Il secondo appuntamento con il fattore che determinerà un nuovo salto di qualità nell’accrescimento della produttività, è la rivoluzione della conoscenza, cha ha come protagonista il computer e l’elaborazione dei dati. La rivoluzione consiste nel fatto che grazie ai software i dati diventano informazioni e grazie alla velocità e alla capacità di contenere dati e di trasformali in informazioni e metterli a disposizione degli utenti la produttività è enormemente aumentata. Questa rivoluzione ha un forte impatto sulla organizzazione del lavoro negli uffici, e sulla formazione delle persone che vi lavorano. Aumentano i lavori sedentari, e si inverte il rapporto fra il numero dei lavoratori nella fabbrica con i lavoratori negli uffici. I secondi battono i primi 2/3 contro 1/3.

Con il nuovo secolo e con la globalizzazione della domanda e dell’offerta dei beni, tutti i processi produttivi sono ormai ingegnerizzati e risultati di miglioramento della produttività in fabbrica, nelle attività manifatturiere non sono più attesi; per tale motivo molte imprese sono espatriate in cerca di paesi dove non ci siano da pagare i costi della civiltà e mantenere forti livelli di competitività senza sforzarsi troppo nella ricerca di nuovi posizionamenti o di nuovi modelli organizzativi Nello stesso tempo, però, le imprese più avvedute, in particolare quelle con forte vocazione all’esportazione, incominciano a capire che una maggiore produttività potrebbe essere conseguita nelle attività d’ufficio applicando i principi della industrializzazione dei processi, ingegnerizzando le attività d’ufficio con il determinante supporto delle nuove tecnologie e implementando le competenze dei lavoratori sul piano di una maggiore multidisciplinarietà. Il passaggio a una nuova dimensione organizzativa diventa sempre più urgente e anche in questo senso deve essere interpretata l’esortazione del Presidente. Chi invece non si muove e forse non si muoverà, se non ci sarà una scossa è la burocrazia che garantisce guai e perdite di tempo per chi ha la sventura di averci a che fare.

La lezione del maestro, l’indimenticabile Peter Drucker che ci ha ricordato con il suo ultimo saggio del 1999, che la sfida del management del xxi secolo sarà quella di rendere produttivi i colletti bianchi come si è fatto con gli operai nel secolo scorso, viene applicata in tutto il mondo.

Ma non nella burocrazia italiana, priva di “ sentiment”.

 

  • roberto

    Tutto giusto, ma, per l’Italia, pare una astrazione.
    Si sgomberi la mente da ogni ideologia.
    Si cerchi di non essere contemporanei ma asettici storici.
    Si guardi dall’alto la realtà.
    Ecco apparire l’Italia come l’unico paese al mondo realmente e lungamente comunista (la Russia e i suoi satelliti non erano paesi comunisti, ma solo dittature, così come gli stati attuali che ancora si definiscono tali)
    Si riveda la nostra storia dal dopoguerra a oggi: i comunisti hanno sempre condizionato la nostra vita:
    -nell’epoca democristiana fino a Moro e al compromesso
    -nelle imprese con i vincoli sindacali
    -nella magistratura
    -nella creazione di un welfare elefantiaco
    -nella stampa, televisione, cinema
    -nella espansione di una burocrazia sterminata, di uno stato invadente e tassatore
    -nella scuola e universit
    -negli intellettuali dominanti, i verdi, gli ecologisti, i catastrofisti
    E’ un elenco senza fondo.
    Ogni punto potrebbe essere un capitolo di un libro che si potrebbe scrivere con dovizia di dati e analisi a dimostrazione della tesi. Ma tale libro dubito troverebbe editori di peso… ma guarda un po’ il perchè….
    Chiunque si sia posto contro tale egemonia è stato oggetto di violenza (Craxi e Berlusconi in primis).
    Siamo in un paese dove si è stati costretti a scrivere in costituzione “fondato sul lavoro” anzichè “sulla impresa”.
    Ma l’Europa, l’euro, la crisi in atto stanno costringendo i singoli stati, incluso il nostro, a prendere decisioni e scelte economiche e politiche che scavalcano di colpo i preesistenti equilibri e rendono obsoleti i vecchi partiti.
    Forse è la volta buona per cambiare la nostra storia e pensionare il nostro fallimentare comunismo.
    Forse l’impresa diverrà finalmente il fulcro economico attorno a cui tutto deve ruotare. Così anche l’impresa potrà essere riformata anche nei suoi colletti bianchi.
    Se questa è la via allora (turandosi il naso) viva l’Europa, viva la Germania, viva la Merkel.

    • gabriele pilliteri

      I Padri costituienti non furono costretti a scrivere nella costituzione “Repubblica fondata sul lavoro”. A nessuno di loro sarebbe mai venuto un mente di scrivere ” impresa ” al posto di lavoro..
      Per il semplice motivo che era un mondo, quello dell’impresa, del tutto sconosciuto, salvo identificarlo con ” gli agrari e i padroni”.
      Che stile. Asciutto e Incisivo. Ma la signora Merkel non merita un applauso. Chi fece la riforma del lavoro fu il suo predecessore, nel 2002.

  • edward g ross

    interessante la teoria del comunismo all’italiana. Varrebbe la pena studiarlo questo fenomeno.
    E G ROSS