Posto fisso. Dell’ovvio e della noia

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di una lettrice perché ci è sembrato interessate e perché vogliamo dare voce a chi tra i nostri lettori ha voglia di dire la propria. Grazie ad Anna.

di Anna (da Milano)

Quasi tutta la classe politica ( per favore datemi un’altra parola che non sia casta ) si è smarcata  dalle affermazioni del premier Monti che  rivolgendosi ai giovani, ha definito noioso il posto fisso. Glielo dica ai precari, giovani e meno giovani che vedono il posto fisso come un miraggio, è il ritornello  di deputati e deputatesse di sinistra, mentre il più sfumato Bersani raccomanda di non legare una visione delle cose a una battuta perché il pensiero di Monti lui lo conosce bene. Sarà. Invito restituito al mittente dai compagni di partito, Nicola La Torre e la giovane deputata Marta Leonori che evidentemente conoscono il pensiero del Capo del governo meglio di quanto lo conosca il Segretario del PD. Sul fronte destro dello schieramento l’unico applauso è dell’Ex ministro Brunetta mentre il lamentoso Rotondi fa parte del coro dei dissidenti. Casini e Della Vedova se la cavano definendo la battuta una provocazione efficace.

Ha ragione da vendere il prof. Monti. Il posto fisso è noioso, ma non è  una provocazione. Solo un’ovvia constatazione. Mediamente in Europa le persone cambiano azienda non meno di 6 volte durante la vita lavorativa con punte massime di10 inalcuni paesi con un picco  nell’età compresa fra 18 e 35 anni.  Chi mira  al posto fisso per tutta la vita in una azienda, a meno di fare carriera e scalare i gradini della gerarchia interna,  passa il suo tempo nell’anonimato, senza infamia e senza lode, privato delle emozioni  che solo le nuove sfide possono sollecitare, senza possibilità di partecipare ai cambiamenti organizzativi delle imprese che spingono i lavoratori, sempre più motivati, ad aggiornare e implementare le loro competenze. Il giovane neoassunto che  non pensa di andarsene dopo due o tre anni per fare esperienze altrove, corre il rischio di rimanere fermo nella sua tana come un animale in ibernazione. Il posto fisso non è solo noioso, ma come “ forma mentis” ( l’abitudine a cui si riferiva il prof Monti) è un freno alla vitalità e al dinamismo delle imprese e delle persone; per i giovani significa barattare il futuro per un piatto di lenticchie benché assicurato tutti i giorni. Non è una provocazione quella del Capo del governo che si rivolge  ai giovani invitandoli ad abituarsi a non pensare al posto fisso per la vita, ma una esortazione a capire la società in cui vivono. Siamo nel bel mezzo della economia della conoscenza dove il capitale umano è più importante  del capitale finanziario per condurre una impresa al successo; ma, invece di stimolare la valorizzazione delle persone  con lo studio e l’applicazione della conoscenza al lavoro, sindacati, partiti e opinion leader di varia estrazione marcano stretto il governo sui temi dell’art. 18, della flessibilità, del posto fisso e di quella grande industria della disoccupazione conosciuta col nome di cassa integrazione. Ma se i primi a creare il mito della sicurezza sono gli adulti, i maggiorenti dei partiti e dei grandi giornali, come possono i giovani liberarsi dalla catena psicologica che li tiene fermi nell’adolescenza infinita? I giovani sono gli unici che possono rischiare e solo da loro può venire un cambiamento effettivo della nostra società bloccata dai personalismi e dai clan con a capo vecchie  scarpe che in altri paesi sarebbero finite in soffitta da molti anni.

Siamo messi male, e sarà sempre peggio fino a quando i giovani prenderanno in mano il loro destino, studieranno più di quello che sarebbe necessario, analizzeranno le imprese dove vorrebbero lavorare,e  si presenteranno ai colloqui con il management mostrando la sicurezza di chi si sente padrone della propria vita.

Altro che frignare alle battute del miglior Monti.

  • Rossana Lonero

    Trovo interessante l’intervento di Anna, in quanto rappresenta una voce “fuori dal coro”, o meglio, la voce di chi, lungi dal prendere una frase detta come esortazione come un attacco ai lavoratori, ne ha compreso, a mio parere, la vera portata e il vero spirito.
    Analogamente alla frase detta dal Sottosegretario del Ministro del Lavoro, il giovane professor Martone, che ha suscitato numerose polemiche ed attacchi, anche di tipo personale, la frase detta dal Presidente del Consiglio fotografa una realtà, che, piaccia oppure no, è quella in cui viviamo.
    E, come sempre di fronte alla realtĂ , si può continuare a lamentarsi, a torto o a ragione, o “adeguarsi”, attivamente, sfruttando anzi le possibilitĂ  che possono schiudersi proprio grazie al cambiamento.
    Il divenire, il modificarsi dello stato delle cose, il cambiare posto di lavoro rappresenta una possibilitĂ , ad una condizione: che si sappia come mettersi di fronte al cambiamento, come dominarlo senza farsi schiacciare.
    Ed è questo il vero problema, di mentalità, prima ancora che nei fatti. Il cambiamento spaventa al posto di smuovere ed incuriosire. Non trovo giusto dare addosso a coloro che “sono spaventati”: questo però non deve, a mio parere, essere un alibi per restare inermi.
    Se da un lato è necessario che vengano forniti a tutti validi strumenti per affrontare il cambiamento – la formazione in primis – ma anche e soprattutto che il tessuto produttivo ed economico dell’Italia trovi nuova linfa e rinasca, come una fenice, dalle proprie ceneri, dall’altro, è necessario che gli strumenti, gli “spaventati” vadano a prenderseli, rendendosi protagonisti della propria vita.