Articolo 18, totem o tabù

di Elena Flaviano

Negli ultimi tempi siamo ripetutamente soggetti all’ascolto (attivo o passivo che sia) della domanda: “l’art. 18 deve essere considerato TOTEM o TABU’”? Certo è che la scelta non è priva di implicazioni. Analizziamo i fatti.

La partita si gioca su due fronti: da una parte gli affezionati al principio rigido del diritto al lavoro, per cui l’acquisizione e soprattutto il mantenimento del “posto” di lavoro, sono diritto inviolabile del cittadino italiano che va difeso a spada tratta. Tra cui politici costituzionalisti e sindacati.

Dall’altro quel mondo politico più vicino, per inclinazione, alla realtà imprenditoriale e alle relative necessità.

La diatriba nasce dall’intervento di Elsa Fornero che, allo scopo di migliorare l’attuale livello occupazionale, proponeva maggiore flessibilità, nei confronti del datore di lavoro, rispetto alle tanto temute conseguenze derivanti dall’”incappare” in un’eventuale licenziamento ingiustificato.

Senza dilungarci sulle cause che potrebbero, in maggiore o minor misura, giustificare il licenziamento del lavoratore, porrei l’attenzione su altro aspetto: l’attuale configurazione dell’istituto del licenziamento può indurre l’azienda ad essere cauta nelle assunzioni per timore che il vincolo diventi “eterno”?

Ad esempio, trovo singolare che oggi ci sia una tutela particolarmente debole rispetto all’accesso in azienda (contratti a progetto, stage, collaborazioni saltuarie di vario tipo….) e al contrario estremamente rigida in uscita. E’ chiaro, non penso che il licenziamento ingiustificato di un lavoratore possa favorire l’occupazione giovanile, ma sarebbe necessaria maggiore equità tra le posizioni. Flessibilità.

Forse si potrebbe pensare a un sistema incentivante, premiante, meritocratico, il “risultato” del lavoro affidato dovrebbe costantemente essere richiesto dall’azienda al lavoratore. Non è concepibile che alcune sedie vengano “scaldate” da chi si adagia sulla propria posizione acquisita da una vita, mentre i giovani (pluri – laureati – titolati, multi lingue – tasking e chi più ne ha più ne metta…) si districano tra “progetti” che non si realizzano mai e stage su stage…

Il legame matrimoniale che unisce i coniugi (e a cui si giunge spesso dopo varie peregrinazioni) li lega “nel bene e nel male” ma permette comunque, e quantomeno, di scioglierlo, se la convivenza diventa “insostenibile”.

Senza ironizzare troppo su un tema delicato, dovremmo forse pensare a quali sono le situazioni che potrebbero indurre l’azienda a ritenere un lavoratore “insostenibile” e su cosa il lavoratore potrebbe fare per diventare “indispensabile”.

Nell’articolo che approfondisce il tema del caso Morning Star, l’attenzione del gruppo, dal datore di lavoro al dipendente, non è posta sull’evento crisi o sull’eventuale “insostenibilità” delle relazioni, piuttosto l’impegno è interamente focalizzato sul prevenire che tali situazioni si possano verificare. Tutti sono protesi a sviluppare il proprio ingegno personale a servizio del benessere e longevità della propria azienda.

Sono lontani i tempi (utopia per la mia generazione) in cui l’azienda ti offriva un bel “posto” al caldo e tu, lavoratore, ti limitavi a compiere ogni giorno il compitino assegnato.

Oggi ci vuole di più.

La catena di montaggio è storia. L’impegno del lavoratore, il suo ruolo in azienda, deve essere fattivo. Non mera presenza. Deve cambiare l’impostazione mentale del lavoro, per primi dei lavoratori, perché il benessere sociale non può più essere considerato dato costante ed eterno.

Potrebbe essere utile “rimboccarsi tutti le maniche” e dare di più, per valere di più e aiutare lo sviluppo, anche della nostra azienda.

Del resto se la farina che uso è farina del mio sacco, se fallisce il panificio, potrò sempre fare il pane da un altra parte……o no?